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Caso dei “30 secondi”: condannato in appello bis il sindacalista per violenza sessuale

La Corte d'Appello di Milano ha inflitto la pena di un anno e due mesi a Raffaele Meola dopo la denuncia della hostess Barbara D’Astolto

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Caso dei “30 secondi”: condannato in appello bis il sindacalista per violenza sessuale

Stefano stabile — Public domain — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19851280)

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

10 luglio 2026 – “Felice no, ma c’è il sollievo“. Con queste parole Barbara D’Astolto ha commentato la sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano ha condannato a un anno e due mesi l’ex sindacalista di Malpensa Raffaele Meola nel processo d’appello bis per violenza sessuale. Un verdetto che ribalta le precedenti assoluzioni e chiude, almeno per ora, una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi anni, passata alle cronache come il “caso dei 30 secondi”

La decisione ribalta le precedenti assoluzioni pronunciate sia dal Tribunale di Busto Arsizio nel 2022 sia dalla Corte d’Appello di Milano nel 2024. Sentenze che avevano suscitato forti polemiche per le motivazioni adottate dai giudici, secondo i quali la donna avrebbe avuto il tempo di sottrarsi alla condotta dell’uomo, durata circa 20-30 secondi.

La svolta dopo l’intervento della Cassazione

Il caso aveva subito una svolta nel febbraio 2025, quando la Terza sezione penale della Cassazione aveva annullato l’assoluzione di secondo grado accogliendo il ricorso della Procura generale di Milano e della parte civile. I giudici supremi avevano stabilito che il “ritardo nella reazione” della vittima e nella manifestazione del dissenso è un elemento irrilevante ai fini della configurazione del reato di violenza sessuale.

Nelle motivazioni, la Cassazione aveva richiamato il fenomeno del cosiddetto “freezing”, il blocco emotivo che può colpire una persona sorpresa da un’aggressione improvvisa, precisando che non esiste un modello unico di reazione della vittima e che la sorpresa e il disorientamento possono rendere impossibile una risposta immediata.

Proprio sulla base di questi principi era stato disposto un nuovo processo davanti a una diversa sezione della Corte d’Appello milanese.

La denuncia della hostess

I fatti contestati risalgono al 2018, quando Barbara D’Astolto, allora assistente di volo, si era rivolta a Meola per ottenere assistenza in una vertenza sindacale legata al lavoro. Secondo la ricostruzione emersa nelle indagini, l’incontro si sarebbe trasformato in un episodio di molestie e palpeggiamenti non consensuali all’interno degli uffici sindacali di Malpensa.

L’ex hostess denunciò immediatamente l’accaduto, sostenendo di essere stata colta di sorpresa e di aver reagito soltanto dopo alcuni istanti. Una circostanza che era diventata il fulcro delle precedenti assoluzioni e che aveva alimentato un acceso confronto pubblico tra giuristi, associazioni impegnate nella tutela delle donne e opinione pubblica.

Il “caso dei 30 secondi”

La vicenda è passata alle cronache come il “caso dei 30 secondi” proprio perché le prime decisioni giudiziarie avevano attribuito rilevanza al tempo trascorso prima della reazione della donna. Un’impostazione che la Cassazione ha successivamente smentito, chiarendo che la configurazione della violenza sessuale non può dipendere dalla rapidità con cui una vittima riesce a opporsi a una condotta improvvisa e indesiderata.

Nel processo d’appello bis il sostituto procuratore generale Angelo Renna aveva chiesto una condanna a due anni di reclusione. La Corte ha infine riconosciuto la responsabilità di Meola, condannandolo a un anno e due mesi.

La sentenza non è definitiva e potrà essere impugnata davanti alla Corte di Cassazione. Tuttavia rappresenta già un passaggio destinato a restare centrale nel dibattito giuridico sul consenso e sulla valutazione delle condotte di violenza sessuale.

La reazione dell’ex hostess: “Ho pagato un prezzo molto alto”

Dopo la sentenza, Barbara D’Astolto ha espresso soprattutto un sentimento di sollievo. L’ex assistente di volo, che nel 2018 denunciò l’allora sindacalista di Malpensa, ha spiegato che il verdetto rappresenta per lei la speranza di poter finalmente chiudere una vicenda che ha segnato profondamente la sua vita.

“Felice no, ma c’è il sollievo per quella che spero sia la fine di una vicenda che in questi anni ha riempito tutta la mia vita”, ha dichiarato dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano.

La donna ha raccontato il peso psicologico sopportato durante gli anni del procedimento giudiziario: “Ho pagato un prezzo molto alto. Difficilmente è passato un giorno senza che la mia testa andasse a questa vicenda. Non c’è mai stata una giornata in cui il mio cervello sia stato libero da questi pensieri”.

Parole che restituiscono la dimensione personale di una vicenda diventata nel tempo un caso nazionale, non solo per l’esito processuale ma anche per il dibattito che ha generato sul tema del consenso, della reazione delle vittime e della valutazione delle violenze sessuali nelle aule di giustizia.

 

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