Nel pieno delle polemiche sull’ipotesi di un capo dello Stato espresso dal centrodestra, arrivano delle dichiarazioni inaspettate. In un’intervista al Foglio, Achille Occhetto, l’ex segretario del Partito comunista italiano, ha dichiarato che l’idea di un presidente della Repubblica proveniente dall’altra parte politica non lo scandalizza affatto.
Le dichiarazioni di Occhetto
Le parole di Occhetto cadono in un momento in cui, nel campo progressista, la semplice prospettiva di vedere Giorgia Meloni o un’altra figura di centrodestra al Quirinale ha scatenato reazioni molto dure. Secondo Occhetto, chi si indigna per la sola parola “destra” commette un errore: la prima carica dello Stato dovrebbe collocarsi al di fuori di queste categorie. Il presidente della Repubblica va giudicato sull’autorevolezza, sull’imparzialità e sulla capacità di essere garante di tutti, non sulla collocazione politica di provenienza.
I precedenti storici: Cossiga e Scalfaro
A sostegno della sua tesi, l‘ex leader comunista ricorda che il Pci non ha mai preteso un presidente della Repubblica di sinistra, preferendo sempre sostenere figure di garanzia, citando due episodi eloquenti: da segretario del Pds lavorò, insieme a Marco Pannella, per l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro, personalità non particolarmente a sinistra; e furono proprio i comunisti, anni prima, a votare Francesco Cossiga come capo dello Stato.
Se allora i comunisti sostenevano Cossiga e Scalfaro senza sentirsi complici di alcuna svolta reazionaria, oggi il clima politico è cambiato e la possibilità di un presidente proveniente dal centrodestra viene percepita come una minaccia all’ordine costituzionale.
Occhetto: “Il guaio è il Melonellum”
Le critiche di Occhetto all’esecutivo, al premierato e alle radici politiche della destra restano intatte: il pericolo per gli equilibri istituzionali non sta nella provenienza politica del futuro inquilino del Colle, ma nel meccanismo che potrebbe portarlo lì.
Il nodo critico, per Occhetto, è la riforma elettorale in discussione, che di fatto legherebbe l’elezione del presidente della Repubblica a quella del presidente del Consiglio. Il timore è che il premio di maggioranza consegni alla coalizione vincente i numeri sufficienti a determinare da sola anche la scelta del Quirinale, spazzando via una consuetudine repubblicana consolidata da decenni: quella di cercare un presidente di garanzia con il concorso di tutte le forze politiche. In questo scenario, il capo dello Stato finirebbe per “seguire” il capo del governo, perdendo quella terzietà che ne costituisce la ragion d’essere costituzionale.
Occhetto, con il peso della sua storia politica, ricorda che la Repubblica ha sempre funzionato secondo la prima logica. Ed è lì, non nelle tessere di partito, che si gioca la partita del Colle.
