3 luglio 2026 – La crisi della commissione di vigilanza Rai entra nella sua fase più acuta. Dopo le dimissioni in blocco di tutti i componenti dell’opposizione e della presidente Barbara Floridia, arrivate alla vigilia della presentazione dei palinsesti autunnali ad Ancona, anche i commissari del centrodestra hanno rassegnato le dimissioni, svuotando di fatto l’organismo parlamentare. Dalle opposizioni arrivano intanto le prime ricostruzioni di due anni di stallo. A parlare sono Maria Elena Boschi, ormai ex vicepresidente della commissione, e Stefano Graziano, ex capogruppo del Pd, che in due interviste a Repubblica spiegano le ragioni di un gesto definito “eclatante” ma inevitabile.
Vigilanza Rai, Boschi: “Era l’ultima strada possibile”
Per l’esponente di Italia Viva, le dimissioni non sono state una scelta presa alla leggera. “Prima di arrivare a un gesto così eclatante le abbiamo tentate tutte: scrivendo più volte ai presidenti di Camera e Senato. Giachetti è arrivato a incatenarsi in Aula. Ma sono rimasti inerti, anche dopo l’intervento del presidente Mattarella”, spiega Boschi, che aggiunge: “Di fronte all’impossibilità della vigilanza di svolgere il proprio lavoro, non ci restava che prenderne atto. Non potevamo rischiare di essere indirettamente complici“.
L’ex vicepresidente punta il dito sulle assenze del centrodestra, che hanno di fatto paralizzato l’organismo: “La maggioranza ha i numeri per far funzionare o meno le commissioni. Se non si presenta e non consente di riunirsi, non ci sono strumenti regolamentari alternativi”. Un blocco che ha impedito, in due anni, audizioni dei vertici aziendali e dei sindacati, interventi sul tema dei precari e sulle dismissioni immobiliari, oltre alla tutela del giornalismo d’inchiesta e del pluralismo.
Sulla proposta del centrodestra di superare il quorum dei due terzi per l’elezione del presidente Rai, Boschi ricorda: “Parliamo di una legge scritta da Gasparri e approvata nel 2004, che noi non abbiamo toccato sul punto. La legge esiste da vent’anni e loro sono al governo da quattro: se avessero voluto cambiarla, avrebbero potuto farlo“. E avanza un sospetto: “Probabilmente nella maggioranza non soltanto non sono d’accordo nel coinvolgere le opposizioni, ma non sono neanche d’accordo al loro interno. O, magari, qualcuno di loro preferisce che Marano resti in sella“.
Graziano: “Io la chiamo TeleMeloni tax”
Ancora più duro il giudizio di Stefano Graziano, che rivolge un appello ai presidenti di Camera e Senato e denuncia il mancato recepimento del regolamento europeo sulla libertà dei media: “La linea che noi abbiamo da sempre richiesto è stata di attuare prima il regolamento europeo sul Freedom act e poi nominare una nuova governance“. La maggioranza, accusa, “ha scelto la linea opposta: loro non si vogliono occupare della Rai, dei suoi 12.000 dipendenti, dei cittadini che pagano il canone. Vogliono solo occupare poltrone e potere“.
Sul rischio di una procedura d’infrazione europea, l’ex capogruppo Pd non ha dubbi: “Io la chiamo TeleMeloni tax e temo che arriverà presto. Il regolamento Ue si doveva adottare entro l’agosto 2025″. E sull’ipotesi di modificare la regola dei due terzi commenta: “Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Quanto è avvenuto è un inedito nella storia repubblicana e dimostra che loro sono allergici a qualsiasi controllo”. Poi l’avvertimento: “Spero che i presidenti di Camera e Senato reagiscano, perché se non lo fanno saranno complici di uno scempio senza precedenti. Dove c’è meno informazione libera si riducono le libertà e la democrazia”.
Vigilanza Rai, due anni di stallo
Le dimissioni delle opposizioni sono arrivate all’ora di pranzo con un comunicato congiunto che denuncia “il progressivo declino del servizio pubblico” e il mancato rispetto del Media Freedom Act. Poche ore dopo è arrivato il passo indietro speculare del centrodestra, che ha accusato la sinistra di aver “occupato, sequestrato e strumentalizzato” la commissione. Lo stallo durava da quasi due anni, con l’elezione del presidente Rai – per cui serve una maggioranza dei due terzi – mai andata in porto nonostante i ripetuti tentativi di eleggere Simona Agnes e i moniti del presidente Mattarella. L’unico precedente di dimissioni in commissione risale al 2009, con il caso Villari, ma allora la ricomposizione avvenne in tempi rapidi e a inizio legislatura. Stavolta, con la campagna elettorale ormai avviata e l’occupazione progressiva di prime serate e testate denunciata dalla presidente uscente Floridia, una ricostituzione dell’organismo appare improbabile: si profila lo scenario di una commissione presidiata dalla sola maggioranza, in un rovesciamento speculare degli ultimi due anni.
