30 giugno 2026 – Wired Italia, testata di proprietà di Condé Nast, cessa ufficialmente oggi le pubblicazioni. La chiusura era stata annunciata il 16 aprile con una nota dell’amministratore delegato del gruppo, Roger Lynch, arrivata ai redattori senza alcun preavviso: secondo fonti interne, i giornalisti vennero informati appena dieci minuti prima della diffusione del comunicato pubblico.
La motivazione ufficiale è di natura economica. Nella sua nota, Lynch ha spiegato che Wired Italia – insieme a Self e ad alcuni mercati di Glamour – rappresenta “poco più dell’1% del fatturato complessivo del gruppo e che queste testate non sono redditizie, al punto che continuare a gestirle nella forma attuale limiterebbe la capacità di investire altrove. Importante ricordare che il fatturato globale di Condé Nast è stimato intorno ai due miliardi di dollari.
“Sebbene Wired rimanga un marchio globale forte, l’edizione italiana non ha tenuto il passo con la crescita degli altri nostri mercati, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Medio Oriente, Giappone e Messico“.
Quando è arrivato l’annuncio, in Italia era in corso, per la terza volta in pochi mesi, uno sciopero dei giornalisti per il mancato rinnovo del contratto nazionale, fermo da dieci anni. Nell’arco delle settimane successive, è stata lanciata una petizione su Change.org per “salvare Wired Italia“, petizione che ha raccolto oltre dodicimila firme, senza però ottenere risposta dall’editore americano.
La lettera d’addio di Wired Italia
Dall’annuncio di aprile all’effettiva cessazione delle pubblicazioni è passato del tempo. Il 30 giugno 2026 è l’ultimo giorno delle pubblicazioni per la testata nata nel marzo 2009 e la redazione ha scelto di congedarsi con un editoriale firmato dal direttore Luca Zorloni, rivolto non ai propri lettori abituali ma a chi non li ha mai letti: i posteri.
“Oggi Wired Italia chiude. E questo messaggio è per te“, si legge nell’incipit. “No, non ci conosciamo.” La redazione lo definisce il proprio “messaggio in bottiglia, affidato ai marosi del web”: un testo che, scrive, non viaggia solo nello spazio ma anche nel tempo.
Il focus dell’editoriale è un inventario di domande sul futuro, il mestiere che per diciassette anni è stato la cifra della testata: captare i segnali per provare a raccontarli in anticipo. Avendo “spento i motori il 30 giugno 2026”, confessa la redazione, restano interrogativi su cosa si sarebbe svelato “dopo l’ennesima curva”. Chissà se i robot saranno diventati “compagni quotidiani di vita e colleghi di lavoro”, si domandano. Chissà se il paesaggio fuori dalla finestra sarà tornato a colorarsi di azzurro e di verde, scongiurando le catastrofi climatiche. “Chissà se abbiamo messo radici sulla Luna”, scrivono. E ancora: chissà se sarà passato il messaggio che “non è vero che chi non ha nulla da nascondere non deve aver paura di essere controllato in ogni momento”, se l’intelligenza artificiale verrà usata “per il bene comune”, se sarà tornata la giusta fiducia nella scienza e nei suoi progressi.
Questo editoriale è dedicato “alle generazioni che verranno e che conosceranno come storia questo spazio di futuro”: a loro, scrive la redazione, va in dono “il nostro sapere, le storie che abbiamo raccontato, le testimonianze di 17 anni di cambiamenti“.
L’eredità di Wired e dei suoi giornalisti, però, rimane: il sito web non dovrebbe sparire e, per ora, tutti gli articoli scritti in questi 17 anni rimaranno consultabili
