Il decennale della Brexit arriva accompagnato da un evento impossibile da ignorare: le dimissioni di Keir Starmer. A meno di due anni dalla vittoria elettorale che aveva riportato il Partito Laburista al governo con una maggioranza schiacciante, il primo ministro ha deciso di lasciare Downing Street, aprendo la strada all’ascesa di Andy Burnham. È l’ennesimo cambio al vertice di una politica britannica che, dal referendum del 2016, sembra incapace di trovare stabilità. In appena dieci anni si sono succeduti ben cinque primi ministri, e Burnham si prepara a diventare il sesto.
Un dato che per molti osservatori non rappresenta una semplice coincidenza. A dieci anni dal voto che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il Paese continua infatti a fare i conti con conseguenze economiche, politiche e sociali che hanno alimentato una lunga stagione di turbolenze.
Le dimissioni di Starmer chiudono un’altra parentesi
Il discorso con cui Keir Starmer ha annunciato il proprio passo indietro ha avuto il tono di una resa inevitabile. Davanti a Downing Street, il leader laburista ha difeso il lavoro svolto per rilanciare un partito che, a suo dire, era arrivato al governo dopo anni di crisi politica, finanziaria e morale. Tuttavia, ha riconosciuto che all’interno del Labour era ormai aperto il dibattito sulla sua capacità di guidare il partito alle prossime elezioni.
La decisione di dimettersi è maturata dopo un fine settimana di consultazioni e pressioni interne. Anche ministri considerati tra i suoi alleati più fedeli lo avevano invitato a preparare una transizione ordinata verso un nuovo leader. Il favorito è Andy Burnham, sindaco di Manchester e figura molto popolare soprattutto nel Nord dell’Inghilterra, che potrebbe raccogliere ufficialmente il testimone già nei prossimi mesi.
Cinque primi ministri in dieci anni
L’uscita di scena di Starmer rappresenta l’ultimo capitolo di una straordinaria instabilità politica iniziata dopo il referendum del 2016.
In seguito al voto sulla Brexit si sono alternati Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e poi Keir Starmer. Ora tocca a Burnham raccogliere l’eredità. Mai nella storia recente britannica si era assistito a una rotazione così rapida ai vertici del governo.
L’ironia della storia è evidente: proprio mentre il Regno Unito celebra i dieci anni dalla Brexit, il Paese si ritrova a certificare una delle conseguenze più evidenti di quella scelta, ovvero la difficoltà di costruire una leadership politica duratura.
Molti dei premier che si sono succeduti a Downing Street sono stati travolti da crisi interne, divisioni di partito, scandali o semplicemente dall’incapacità di mantenere le promesse formulate durante la campagna referendaria.
Il sogno della Brexit e la promessa di “riprendere il controllo”
Quando il 52% degli elettori britannici votò per lasciare l’Unione Europea, il messaggio dominante era semplice: il Regno Unito avrebbe recuperato il controllo del proprio destino.
Lo slogan “Take Back Control” prometteva maggiore sovranità, una gestione autonoma dell’immigrazione, nuovi accordi commerciali e una rinnovata centralità internazionale del Paese.
I sostenitori della Brexit presentarono l’uscita dall’Ue come l’inizio di una nuova età dell’oro. Boris Johnson, volto simbolo della campagna referendaria e futuro primo ministro, parlò più volte di una Gran Bretagna libera di tornare protagonista sulla scena mondiale. Alla vigilia del referendum descrisse il futuro fuori dall’Unione come un paesaggio fatto di “prati illuminati dal sole”, una metafora destinata a diventare celebre.
L’idea di fondo era che Bruxelles rappresentasse un freno alle potenzialità britanniche e che il Paese, una volta liberato dai vincoli europei, avrebbe potuto tornare a giocare un ruolo globale simile a quello del passato.
La nostalgia imperiale dietro il progetto Brexit
Secondo molti analisti, il successo della Brexit si è alimentato anche grazie a una narrazione profondamente legata alla storia britannica.
Per decenni una parte dell’establishment ha faticato ad accettare il ridimensionamento del Regno Unito dopo la fine dell’Impero. Già negli anni Cinquanta figure come Anthony Eden sostenevano che gli interessi britannici andassero ben oltre il continente europeo. Anche dopo la perdita delle colonie e il ridimensionamento del peso internazionale di Londra, l’idea di una Gran Bretagna destinata a un ruolo speciale è rimasta radicata nell’immaginario nazionale.
La Brexit ha intercettato proprio questa sensibilità. Molti sostenitori dell’uscita dall’Ue hanno proposto una visione del futuro costruita guardando al passato, immaginando un Paese nuovamente capace di prosperare in autonomia grazie ai legami con il mondo anglosassone e ai nuovi accordi commerciali globali.
L’economia non ha seguito le promesse della Brexit
A distanza di dieci anni, il bilancio economico appare però molto diverso rispetto alle aspettative. Diverse analisi indipendenti indicano che il prodotto interno lordo britannico risulta inferiore rispetto a quanto sarebbe stato senza Brexit. Le stime variano, ma molte valutazioni parlano di una perdita compresa tra il 4 e l’8% del Pil potenziale.
Anche gli investimenti delle imprese hanno subito un rallentamento significativo. Le nuove procedure doganali, le maggiori difficoltà commerciali con il principale mercato di riferimento e l’incertezza normativa hanno introdotto ostacoli che prima non esistevano.
Per i cittadini sono arrivate anche conseguenze pratiche: controlli più complessi alle frontiere europee, regole più rigide per soggiornare o lavorare nei Paesi Ue, minori opportunità per gli studenti e costi aggiuntivi in diversi ambiti della vita quotidiana. La promessa di una crescita accelerata grazie alla ritrovata sovranità economica non si è concretizzata.
Un Paese più diviso al suo interno
Le conseguenze della Brexit non si sono limitate all’economia. Il referendum ha accentuato tensioni territoriali già esistenti. In Scozia e Irlanda del Nord la maggioranza degli elettori aveva votato per restare nell’Unione Europea. L’uscita ha rafforzato le spinte indipendentiste scozzesi e ha riaperto delicati equilibri politici nell’Irlanda del Nord.
Le complesse soluzioni adottate per evitare il ritorno di un confine rigido tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda hanno generato nuove polemiche e alimentato il malcontento di una parte della comunità unionista. Invece di rafforzare l’unità nazionale, la Brexit ha finito per mettere sotto pressione alcuni dei pilastri che tengono insieme il Regno Unito.
Da Johnson a Starmer: una crisi politica permanente
L’instabilità politica degli ultimi anni è stata alimentata anche dall’incapacità dei governi di offrire una risposta convincente alle aspettative create dal referendum.
Boris Johnson riuscì a completare formalmente il processo di uscita dall’Ue, ma il suo governo fu travolto dagli scandali legati alle feste durante il lockdown e terminò con dimissioni forzate. Liz Truss rimase in carica appena poche settimane dopo aver provocato una forte turbolenza finanziaria. Rishi Sunak non riuscì a invertire il calo di consenso dei Conservatori e fu sconfitto alle elezioni del 2024. Keir Starmer era arrivato al governo con l’obiettivo di rappresentare una svolta, ma il suo mandato si è rapidamente trasformato in una delusione per molti elettori.
Perché Starmer ha perso il sostegno del Paese
Le critiche rivolte all’ex premier laburista si sono concentrate soprattutto sulla sua incapacità di costruire una visione politica chiara. Molti osservatori gli hanno rimproverato un approccio eccessivamente tecnico e procedurale, più vicino a quello di un magistrato che a quello di un leader politico. Del resto, lo stesso Starmer aveva ammesso in passato di sentirsi poco a suo agio con le dinamiche della politica.
Tra gli errori più contestati figurano il messaggio pessimista lanciato all’inizio del mandato, i tagli ai sussidi per il riscaldamento destinati ai pensionati e una lunga serie di retromarce che hanno alimentato l’immagine di un governo incerto. A pesare sono stati anche gli scandali relativi ai regali ricevuti da alcuni esponenti del Labour e, soprattutto, la controversa nomina di Lord Peter Mandelson come ambasciatore negli Stati Uniti. Progressivamente si è diffusa la percezione che il governo fosse privo di un progetto capace di definire il futuro del Paese.
Burnham eredita un Regno Unito in cerca di direzione
L’arrivo di Andy Burnham potrebbe rappresentare una nuova fase per la politica britannica, ma le difficoltà restano enormi. Il sindaco di Manchester gode di un forte consenso tra gli iscritti laburisti e viene considerato uno dei pochi leader capaci di contrastare l’ascesa di Nigel Farage e del partito Reform UK, oggi in testa in molti sondaggi.
Tuttavia, chiunque governi dovrà confrontarsi con un’eredità pesante: un’economia che fatica a crescere, servizi pubblici sotto pressione, divisioni territoriali ancora aperte e una relazione con l’Europa che continua a influenzare ogni grande decisione strategica.
Dieci anni dopo, il dibattito sulla Brexit è ancora aperto
La Brexit doveva rappresentare l’inizio di una nuova era. Dieci anni dopo, molti britannici guardano invece a quel referendum con crescente disillusione. I sondaggi mostrano che una parte significativa dell’opinione pubblica considera oggi l’uscita dall’Unione Europea un errore. Questo non significa necessariamente che esista una maggioranza favorevole a un immediato rientro nell’Ue, ma il clima è cambiato rispetto al 2016.
Nel frattempo, Starmer aveva già avviato un graduale riavvicinamento all’Europa, cercando di ridurre alcune delle barriere create dalla Brexit e rafforzando la cooperazione con partner come la Francia di Emmanuel Macron e la Germania di Friedrich Merz. L’uscita di scena del leader laburista non cancella però la domanda di fondo che continua ad accompagnare il Regno Unito: quale posto vuole occupare nel mondo dopo la Brexit?
A dieci anni dal referendum, la risposta appare ancora lontana. E il fatto che il Paese si prepari ad accogliere il suo sesto primo ministro dell’era post-Brexit è forse il segnale più evidente di quanto quel dibattito sia ancora aperto.
Articoli correlati
elenco di 4 articoli- articolo 1 di 4
- articolo 2 di 4
- articolo 3 di 4
- articolo 4 di 4
