19 giugno 2026 – Nella notte, quattro soldati israeliani sono stati uccisi nel sud del Libano. L’attacco è avvenuto intorno alle 00:20 nel villaggio di Tibnit e ha colpito un carro armato con un ordigno aereo. Dopo l’episodio il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha affermato su X: “Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare”, e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato, sempre su X: “Aprire le porte dell’inferno”.
על כל דמעה של אמא ישראלית, אלף אמהות לבנוניות צריכות לבכות. לבנון כולה צריכה לבעור!
עם כל הכבוד לאמריקאים, ישראל חייבת להבהיר לעולם כולו שדם בנינו וביטחון אזרחנו איננו הפקר. לבנון כולה צריכה לבעור. חובתנו העליונה היא להגן על אזרחי ישראל ועל חיילי צה״ל, והמחויבות הזו קודמת לכל…
— איתמר בן גביר (@itamarbengvir) June 19, 2026
Ben-Gvir, le dichiarazioni passate sul Libano
La frase “tutto il Libano deve bruciare” non passa inosservata, ma chi segue le sue dichiarazioni sa che non si tratta di uno scivolone dettato dall’emozione del momento, ma è parte integrante di un copione che si ripete con una certa coerenza. Già a novembre 2024, quando Israele e Libano raggiunsero il primo cessate il fuoco che metteva fine ai combattimenti nati sull’onda del 7 ottobre, Ben-Gvir lo definì pubblicamente un “errore storico”. A maggio 2026, con il conflitto già ripreso, ha inviato a Netanyahu un videomessaggio per chiedergli di colpire Dahiyeh, la periferia meridionale di Beirut considerata la roccaforte di Hezbollah. “È arrivato il momento”, aveva detto, mentre Hezbollah attaccava il nord di Israele con droni a fibra ottica difficili da intercettare.
Pochi giorni fa, sempre insieme a Smotrich, aveva rilanci la cosiddetta “dottrina Dahiyeh”: colpire anche le infrastrutture civili come strumento di deterrenza. “Per ogni drone, un missile; per ogni violazione, fuoco; per ogni UAV, Dahiyeh deve tremare”, aveva scritto. In quelle stesse ore le forze militari israeliane avevano già colpito oltre settanta siti di Hezbollah nelle aree di Tiro, Nabatieh e Sidone.
La guerra ricominciata a marzo 2026
Il conflitto attuale è la seconda fase della guerra tra Israele e Hezbollah in poco più di un anno. Il cessate il fuoco del novembre 2024 era durato fino al 2 marzo 2026, quando il gruppo sciita aveva rotto la tregua in risposta all’uccisione del leader supremo iraniano Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio a Teheran in un’operazione congiunta voluta da Stati Uniti e Israele.
Da allora il bilancio si è aggravato: almeno 3.756 morti e oltre 11.632 feriti in Libano, con centinaia di migliaia di sfollati e più di 125 villaggi sotto ordini di evacuazione. I raid israeliani si concentrano nel Libano meridionale e nella periferia sud di Beirut.
Sul fronte diplomatico, una tregua era stata negoziata a Washington tra Israele e il governo libanese. Hezbollah l’ha rifiutata, definendo i negoziati “umilianti”, e ha subito attaccato soldati israeliani nei pressi del castello di Beaufort, facendo saltare l’intesa prima ancora che entrasse in vigore. Per la prima volta dal fallimento dell’accordo del 1983, i due paesi avevano aperto colloqui diretti con l’obiettivo di disarmare Hezbollah: la prospettiva esiste, ma sul campo la situazione resta esplosiva.
Chi è Ben-Gvir, il ministro più a destra del governo Netanyahu
Itamar Ben-Gvir ha cinquant’anni, è avvocato e guida Otzma Yehudit, Potere Ebraico, la formazione di estrema destra che ha portato al governo dopo le elezioni del 2022. È la figura più radicale dell’esecutivo Netanyahu: a gennaio 2025 si era dimesso per protesta contro il cessate il fuoco a Gaza, per poi rientrare a marzo 2025 quando i bombardamenti sulla Striscia erano ripresi.
Negli ultimi mesi il suo profilo internazionale si è fatto ancora più controverso. Il 9 giugno 2026 la procura italiana ha aperto un procedimento nei suoi confronti nell’ambito dell’inchiesta sulla Flotilla Global Sumud. Francia e Irlanda gli hanno vietato l’ingresso nei rispettivi territori. Le sue parole di stamattina, in questo contesto, non sorprenderanno nessuno dei suoi critici – né dei suoi sostenitori.
