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Cascina Spiotta, chiesto l’ergastolo agli ex brigatisti Curcio e Moretti

La pubblica accusa ha depositato le richieste di pena in Corte d'Assise ad Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 in cui morì il carabiniere Giovanni D'Alfonso. Ventuno anni per Azzolini, il presunto tiratore

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Ergastolo a Curcio e Moretti - nella foto, il gruppo storico delle Brigate Rosse

Gruppo storico delle brigate rosse | CC0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=117682351)

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

19 giugno 2026 – La pubblica accusa ha chiesto in Corte d’assise ad Alessandria l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti e una condanna a 21 anni per Lauro Azzolini nel processo per i fatti della Cascina Spiotta. Il pm Emilio Gatti ha spiegato di non poter proporre attenuanti per Curcio e Moretti, indicando ai giudici la linea della pubblica accusa al termine della sua esposizione. Ha fatto presente ai giudici che “la pena si può adattare alla persona: esistono diversi strumenti (per mitigarla, ndr) come per esempio la ‘continuazione‘, e ha aggiunto che “non posso essere io a chiedere“. I tre imputati sono indicati nel processo come ex brigatisti rossi e le richieste della pubblica accusa chiudono la fase delle richieste di pena in Aula.

I fatti di Cascina Spiotta

Il 4 giugno 1975 le Brigate Rosse sequestrarono Vittorio Vallarino Gancia per ottenere un riscatto con cui finanziare l’organizzazione. L’ostaggio fu portato alla Cascina Spiotta, un casolare intestato a una falsa identità e già usato come base. Il 5 giugno una pattuglia dei carabinieri guidata dal tenente Umberto Rocca fece ispezioni in diverse cascine sotto sorveglianza; arrivata alla Spiotta, la pattuglia trovò resistenza e scoppiò una sparatoria con armi automatiche e bombe a mano. Nello scontro a fuoco rimase ucciso l’appuntato Giovanni D’Alfonso, 45 anni, mentre il tenente Rocca riportò ferite gravissime che gli costarono la perdita di un braccio e di un occhio. All’interno della cascina venne rinvenuta una donna in possesso di documenti falsi, identificata in seguito come Margherita Cagol, “Mara”, cofondatrice delle Brigate Rosse e moglie di Renato Curcio, che rimase uccisa nel conflitto. L’imprenditore Vallarino Gancia fu liberato dopo essere stato trovato legato e imbavagliato, mentre un altro brigatista riuscì a dileguarsi.

Riapertura del caso e prove portate in aula

I pm Ciro Santoriello ed Emilio Gatti hanno riaperto il fascicolo per i fatti di Casina Spiotta nel 2021 dopo un esposto presentato da Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato Giovanni D’Alfonso; la Procura di Torino ha coordinato le indagini con il Ros.

Nell’inchiesta riaperta gli investigatori hanno focalizzato due elementi: una relazione interna delle Brigate Rosse rinvenuta in un covo in via Maderno a Milano il 18 gennaio 1976, e rilievi tecnici che gli inquirenti collegano ad Azzolini. Secondo la Procura, ad aprire il fuoco sarebbe stato Lauro Azzolini, che poi fuggì dalla cascina; a sostegno di questa tesi sono state indicate l’attribuzione della relazione interna e risultati di analisi che avrebbero rilevato impronte digitali e palmari riconducibili ad Azzolini.

La Procura ha anche sostenuto la corresponsabilità di Curcio e Moretti nell’omicidio per il loro ruolo di vertice dell’organizzazione, pur non essendo presenti fisicamente alla Cascina Spiotta quel giorno. In udienza la requisitoria ha illustrato gli esiti delle analisi forensi e le ragioni dell’attribuzione del documento interno.

“Un normale processo per omicidio”

La difesa ha contestato fin dall’inizio l’impianto accusatorio. È stato ricordato che Curcio ha già scontato 25 anni di detenzione, dodici dei quali in regime di massima sicurezza; Moretti è titolare di sei ergastoli e si trova attualmente in regime di semilibertà dopo oltre trentacinque anni di detenzione. I tre imputati, nati tra il 1941 e il 1946, hanno oggi tra gli ottanta e gli ottantaquattro anni. Dal procedimento è uscito Pierluigi Zuffada, prosciolto perché l’accusa nei suoi confronti è stata ritenuta prescritta nella parte interessata.

Nel corso dell’udienza, il pubblico ministero Ciro Santoriello ha inquadrato il procedimento affermando che si tratta di “un normale processo per omicidio”, non di un giudizio politico o storico sulle Brigate Rosse. Ha sottolineato che l’iniziativa è stata sollecitata anche dalle persone offese, i familiari della vittima, interessati a ottenere una ricostruzione giudiziaria dei fatti, e ha aggiunto che la distanza temporale non rende il caso eccezionale sul piano giuridico: “Se il carabiniere fosse stato ucciso durante una rapina nessuno troverebbe strano un processo celebrato a distanza di 50 anni”. Infine ha ribadito la necessità di evitare qualsiasi logica di vendetta, precisando che il procedimento dovrà attenersi esclusivamente alle pene previste per l’omicidio.

La fase dibattimentale davanti alla Corte d’Assise di Alessandria, presieduta dal giudice Paolo Bargero, è ora nelle sue battute finali: dopo le repliche delle parti il collegio giudicante dovrà decidere la sentenza.

Aggiornato alle 13:49

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