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Rapporto Caritas 2026, Il lavoro non basta più: perché cresce la povertà anche tra chi ha un impiego

Il Rapporto Caritas 2026 fotografa una trasformazione profonda della società italiana: aumentano i lavoratori poveri, mentre affitti, bollette e costo della vita erodono il potere d'acquisto delle famiglie. Ma cosa sta succedendo davvero?

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Pixabay @3yephotography - alanews

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Per decenni il lavoro è stato considerato la principale difesa contro la povertà. Studiare, trovare un impiego e costruirsi una carriera significava, nella maggior parte dei casi, poter contare su una vita dignitosa. Oggi quella certezza sembra incrinarsi.

Il Rapporto Caritas 2026 racconta infatti un’Italia in cui sempre più persone lavorano ma non riescono comunque a sostenere il costo della vita. Nel 2025 la rete Caritas ha sostenuto 282.539 persone, il dato più alto registrato nell’ultimo decennio. A preoccupare non è soltanto l’aumento delle richieste di aiuto, ma il cambiamento del profilo di chi si trova in difficoltà.

La stessa Caritas parla ormai di “strutturale normalità”: la povertà non è più un’emergenza temporanea, ma una condizione stabile che coinvolge una quota crescente della popolazione. Crescono gli anziani assistiti, aumentano le persone sole e, soprattutto, si allarga il numero di chi ha un lavoro ma continua a vivere in una situazione di fragilità economica.

La nuova povertà ha uno stipendio

Il dato più significativo del rapporto riguarda proprio il lavoro.

Se il 47,3% degli assistiti risulta disoccupato, ben il 24% ha un’occupazione che però non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente. Dieci anni fa gli occupati rappresentavano appena il 13,3% delle persone seguite dalla Caritas. Oggi sono quasi il doppio.

Il fenomeno assume dimensioni ancora più rilevanti nelle fasce centrali dell’età lavorativa. I lavoratori poveri raggiungono il 31,7% tra i 35 e i 44 anni e il 31% tra i 45 e i 54 anni. Non si tratta quindi di persone escluse dal mercato del lavoro, ma di adulti che lavorano, pagano affitto e bollette, mantengono una famiglia e che, nonostante ciò, faticano ad arrivare alla fine del mese.

Il volto della povertà non è più soltanto quello della disoccupazione. Sempre più spesso è quello di chi ha uno stipendio, ma non riesce a costruire una reale sicurezza economica.

Rapporto Caritas 2026, Perché lavorare non basta più?

Come si spiega questo paradosso?

Secondo gli osservatori, il fenomeno è il risultato di diversi fattori che si sono sommati negli ultimi anni. Da una parte ci sono salari che crescono poco, forme di lavoro caratterizzate da precarietà, part-time involontario o redditi discontinui. Dall’altra pesa il forte aumento del costo della vita.

Affitti, bollette, trasporti, spese alimentari e servizi essenziali assorbono una quota sempre più ampia dei redditi familiari. Per molte persone il problema non è soltanto quanto guadagnano, ma quanto rimane una volta sostenute le spese necessarie.

Il rapporto evidenzia inoltre come la povertà sia sempre più multidimensionale. Alle difficoltà economiche si sommano problemi abitativi, fragilità sanitarie e isolamento sociale. Non a caso gli over 65 assistiti sono aumentati del 191% nell’ultimo decennio, mentre le persone sole rappresentano il 32,9% degli utenti.

Cosa si sta facendo in Italia

Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla qualità del lavoro e sul potere d’acquisto delle famiglie.

Tra le proposte più discusse figurano il salario minimo legale, il rafforzamento della contrattazione collettiva e il contrasto ai cosiddetti contratti “pirata”, che spesso prevedono retribuzioni molto basse.

Al tempo stesso si discute di interventi sul costo dell’abitare, di sostegni alle famiglie più vulnerabili e di investimenti nella formazione professionale. L’obiettivo è evitare che una difficoltà economica temporanea si trasformi in una condizione permanente.

Cosa insegnano i Paesi che hanno ridotto la povertà

Le esperienze internazionali mostrano che non esiste una soluzione unica.

Secondo un’analisi di DevelopmentAid, tra i Paesi che hanno ottenuto i maggiori progressi nella riduzione della povertà nel XXI secolo figurano Cina, Vietnam, Indonesia, Bangladesh ed Etiopia. Pur con modelli economici e politici molto diversi, tutti hanno combinato crescita economica, investimenti nell’istruzione, sviluppo delle infrastrutture e programmi di protezione sociale.

La lezione che emerge da questi casi è che creare lavoro, da solo, non basta. Per ridurre davvero la povertà servono salari adeguati, opportunità di formazione, servizi pubblici efficienti e reti di sostegno capaci di proteggere le persone più fragili.

Una sfida che riguarda il futuro del Paese

Il Rapporto Caritas 2026 non racconta soltanto l’aumento delle persone in difficoltà. Racconta qualcosa di più profondo: la crescente distanza tra lavoro e benessere.

Per generazioni avere un impiego è stato il principale strumento di mobilità sociale. Oggi, per una quota crescente di italiani, non è più sufficiente.

La sfida non sembra essere soltanto creare nuovi posti di lavoro. È fare in modo che il lavoro torni a garantire ciò che per decenni ha rappresentato: sicurezza, autonomia e la possibilità di costruire un futuro.

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