Tania Terrin e Giulia Cecchettin erano entrambe originarie di Vigonovo, un comune di poco più di diecimila abitanti nella Riviera del Brenta. Sono state uccise a meno di tre anni di distanza l’una dall’altra dagli uomini con cui avevano avuto una relazione.
Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, nel novembre 2023, il Veneto è diventato uno degli epicentri del dibattito nazionale sulla violenza di genere. Ci sono state manifestazioni, progetti nelle scuole, nuovi finanziamenti e la nascita dell’Osservatorio regionale sulla violenza contro le donne. Le richieste di aiuto sono aumentate. Eppure il femminicidio di Tania Terrin, avvenuto a Camponogara nell’agosto 2026, pone una domanda difficile da eludere: quanto di questa nuova consapevolezza si è trasformato in una capacità concreta di proteggere le donne?
Nel caso di Terrin, infatti, la violenza non era nascosta: lei aveva denunciato, era già finita in ospedale e l’uomo che l’ha uccisa era stato ammonito dal questore. Prima di lei, inoltre, altre donne lo avevano segnalato. Il problema, quindi, non era convincerla a chiedere aiuto: Tania lo aveva già fatto
Femminicidi in Veneto, Tania Terrin aveva riconosciuto il pericolo
Ad aprile Dino Keber aveva stretto le mani attorno al collo di Tania fino a farle perdere i sensi. La donna era finita al pronto soccorso e successivamente aveva denunciato l’ex compagno. Davanti agli investigatori aveva raccontato anche un episodio precedente, risalente al dicembre 2025, quando l’uomo l’aveva colpita facendola nuovamente ricorrere alle cure mediche. A giugno il questore di Venezia aveva emesso nei suoi confronti un ammonimento.
Tania aveva capito perfettamente in quale situazione si trovasse. Due giorni dopo il tentato strangolamento aveva contattato una precedente compagna di Keber per chiederle se fosse mai stato violento anche con lei. “Mi ha quasi uccisa”, le aveva scritto.
Non era l’unico precedente: Keber era già stato querelato da altre tre ex compagne, nel 2002, nel 2010 e nel 2021. Quelle denunce erano state ritirate e archiviate, ma risultavano nella documentazione utilizzata per l’ammonimento emesso nel 2026.
Il 15 agosto Keber ha raggiunto Tania nella sua abitazione di Camponogara e l’ha strangolata. L’autopsia ha confermato la morte per soffocamento e la rottura dell’osso ioide. Poco dopo l’uomo si è tolto la vita.
È su ciò che è successo tra la denuncia e il femminicidio che oggi si concentra il problema. Lo ha ammesso anche Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale, definendo quanto accaduto “un fallimento” e chiedendo di capire “cosa non abbia funzionato”.
Giulia Cecchettin aveva cambiato il modo di parlare di violenza
La storia di Giulia Cecchettin è diversa, lei non aveva denunciato il suo aggressore, ma i messaggi e gli atti emersi successivamente hanno mostrato quanto fosse diventato invasivo il controllo esercitato dall’ex fidanzato Filippo Turetta: le richieste continue di sapere dove fosse, con chi uscisse, quando sarebbe tornata, il bisogno di ricevere costantemente rassicurazioni.
Il femminicidio di Giulia diventò uno spartiacque proprio perché costrinse a discutere di tutto ciò che precede la violenza fisica. Non soltanto dell’uomo apertamente aggressivo, ma di comportamenti spesso normalizzati nelle relazioni: gelosia, controllo, ricatto emotivo e l’incapacità di accettare la fine di una relazione.
Nel dicembre 2023 il Consiglio regionale approvò all’unanimità una risoluzione che chiedeva di rafforzare le politiche di prevenzione e contrasto alla violenza. Nel testo veniva riconosciuta l’urgenza del fenomeno anche nel territorio regionale.
Successivamente è stato istituito l’Osservatorio regionale sulla violenza contro le donne e nel marzo 2025 Gino Cecchettin, il padre di Giulia, ne è diventato presidente onorario. La Regione ha inoltre avviato percorsi formativi destinati a personale sanitario, centri antiviolenza, medici, farmacisti, assistenti sociali, professionisti del diritto e forze dell’ordine. Tra i temi affrontati ci sono gli stereotipi portati avanti dalle teorie maschiliste, gli indicatori della violenza, la valutazione del rischio e il passaggio dall’ospedale ai servizi territoriali.
In Veneto le richieste di aiuto continuano ad aumentare
I dati pubblicati dalla stessa Regione restituiscono una dimensione del fenomeno che va molto oltre i femminicidi arrivati sui giornali. Nel 2024 le chiamate al 1522 effettuate in Veneto da vittime di violenza sono state 1.436, il 36% in più rispetto all’anno precedente. La Regione collega esplicitamente una parte dell’aumento registrato dalla fine del 2023 anche all’impatto pubblico del femminicidio di Giulia Cecchettin.
Nello stesso anno i 25 centri antiviolenza del Veneto hanno gestito 8.366 contatti, il 17,1% in più rispetto al 2023. Le donne che hanno contattato almeno una volta un centro sono state 4.761, mentre 2.327 hanno iniziato un percorso per uscire dalla violenza, il numero più alto registrato dal 2019. Sul territorio erano inoltre presenti 37 case rifugio.
Sono numeri che, da una parte, indicano che la rete esiste e viene utilizzata sempre di più, dall’altra mostrano quanto sia ampia la domanda di protezione alla quale quella stessa rete deve rispondere.
Nella sola Procura di Venezia, nei primi sei mesi del 2026 sono stati aperti circa 1.580 fascicoli da Codice rosso. Nello stesso periodo sono state richieste 74 misure cautelari, contro le 95 dell’intero 2025.
In Veneto il problema è nella rete di protezione
Dal 2018 la Regione Veneto dispone di un Protocollo di rete contro la violenza sulle donne, nato per garantire una risposta “uniforme e integrata” sul territorio. Il sistema dovrebbe mettere in comunicazione forze dell’ordine, prefetture, centri antiviolenza, servizi sociali e strutture sanitarie. Alle forze dell’ordine viene richiesto di formare personale specializzato e collaborare con la rete territoriale; alle prefetture spetta invece il coordinamento delle forze di polizia e la segnalazione dei casi considerati ad alto rischio.
È proprio qui che il caso di Tania Terrin apre una falla difficile da ignorare. Tania era già arrivata in ospedale e aveva denunciato Dino Keber. I segnali, quindi, non erano invisibili: erano già entrati nel sistema. Eppure non si sono tradotti in una protezione capace di impedire all’uomo di raggiungerla di nuovo.
La Regione non può stabilire come debbano intervenire Polizia di Stato e Carabinieri, che dipendono dallo Stato, ma può incidere sul sistema territoriale in cui operano. Le normative, nella regione, sono state già effettuate. Per questo il problema non sembra essere la mancanza di strumenti, ma la distanza tra ciò che le norme prevedono e ciò che accade quando una donna chiede aiuto. Se pronto soccorso, forze dell’ordine e servizi raccolgono segnali diversi ma non riescono a comporli in una valutazione del rischio efficace, la rete esiste soltanto sulla carta.
