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Mussolini e il codice penale: cosa c’è di vero nelle parole di Nordio?

Il riferimento è al Codice Rocco del 1930, elaborato sotto il regime fascista e tuttora in vigore, seppur profondamente modificato nel corso dei decenni

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Due foto di Benito Mussolini e Alfredo Rocco

Due foto di Benito Mussolini e Alfredo Rocco | Foto di pubblico dominio - Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Le ultime dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno acceso una nuova polemica politica sul rapporto tra antifascismo e istituzioni culturali. Intervenendo sulla proposta del cosiddetto “patentino antifascista” collegato alla fiera dell’editoria “Più Libri Più Liberi”, il Guardasigilli ha sottolineato come il principale testo del diritto penale italiano sia ancora legato al periodo fascista. “Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini”, ha affermato.

Il riferimento è al Codice Rocco del 1930, elaborato sotto il regime fascista e tuttora in vigore, seppur profondamente modificato nel corso dei decenni.

Il Codice Rocco e la sua lunga eredità

Il codice citato da Nordio è il cosiddetto Codice Rocco, varato nel 1930 su impulso dell’allora ministro del governo Mussolini Alfredo Rocco. Pur nato in un contesto autoritario, il testo è rimasto alla base del sistema penale italiano anche dopo la nascita della Repubblica.

Nel tempo, infatti, è stato ampiamente riformato: sono stati eliminati istituti come la pena di morte, il delitto d’onore e le norme sull’adulterio femminile, mentre la Corte costituzionale ha cancellato diverse disposizioni incompatibili con la Carta del 1948, come quelle che limitavano il diritto di sciopero. Nonostante ciò, l’impianto originario non è mai stato sostituito integralmente.

La polemica politica sul “patentino antifascista”

Il caso è esploso dopo la proposta degli organizzatori di “Più Libri Più Liberi” di richiedere agli editori una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti per partecipare alla fiera. Una misura che ha diviso il mondo politico.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato apertamente di “censura”, criticando quella che considera una selezione ideologica degli editori. Secondo la premier, la richiesta rappresenterebbe una limitazione della libertà di espressione mascherata da tutela dei valori democratici.

In passato, alla fiera veniva chiesta una più generica adesione ai principi della Costituzione italiana e delle carte internazionali sui diritti umani. L’associazione degli editori ha invece difeso la scelta, sostenendo che il riferimento all’antifascismo sia parte integrante del quadro costituzionale italiano.

Mussolini e il codice penale, Nordio chiarisce le sue parole

Poche ore dopo la prima dichiarazione, Nordio è tornato sul tema, precisando il suo ragionamento e sottolineando il carattere paradossale della richiesta rivolta agli editori. “È un controsenso pretendere dichiarazioni antifasciste da chi non intende mettere in discussione un codice ancora firmato da Mussolini”, ha osservato.

Le parole del ministro hanno provocato reazioni immediate. Angelo Bonelli ha definito le affermazioni “inaccettabili”, ricordando come il codice sia stato profondamente trasformato dalla Repubblica e dalla giurisprudenza costituzionale, oltre che dal contributo della cultura antifascista. Anche il senatore del Partito Democratico Dario Parrini ha criticato duramente la posizione del Guardasigilli, accusandolo di semplificazioni storiche e di una lettura distorta dell’attuale sistema penale.

Il Codice Rocco tra continuità storica e trasformazioni democratiche

Sul piano storico-giuridico, il Codice Rocco rappresenta uno dei casi più significativi di continuità normativa tra il periodo fascista e la Repubblica. Il testo, firmato da Mussolini in veste di presidente del Consiglio, è sopravvissuto grazie alla sua struttura tecnica particolarmente solida, pensata già negli anni Venti per essere coerente e sistematica.

Alla base vi era il cosiddetto “tecnicismo giuridico” promosso da Arturo Rocco, secondo cui il diritto penale doveva essere separato dalle influenze politiche e sociali. Questa impostazione ha reso il codice estremamente resistente nel tempo, anche dopo il cambio di regime.

Il Codice Rocco non fu soltanto un prodotto politico del governo Mussolini, ma anche il risultato di una sintesi tra diverse scuole di pensiero giuridico. Da un lato la tradizione classica, centrata sulla pena come risposta al reato, dall’altro la scuola positiva di Enrico Ferri, che vedeva nel reato anche un fenomeno sociale legato alla personalità del reo.

Da questa fusione nacque il cosiddetto sistema del “doppio binario”: da una parte la pena legata alla colpevolezza, dall’altra le misure di sicurezza fondate sulla pericolosità sociale. Un impianto che ha contribuito alla durata del codice, pur consentendo allo Stato un forte controllo repressivo.

La Corte costituzionale e la progressiva “bonifica” del codice

Con l’entrata in vigore della Costituzione del 1948, il Codice Rocco è stato progressivamente adattato ai principi democratici attraverso l’intervento della Corte costituzionale. Più che una sostituzione radicale, si è trattato di una revisione continua e mirata.

Tra gli esempi più noti vi è la sentenza del 1968 sull’adulterio, che ha eliminato la disparità tra uomo e donna, e quella del 1988 sull’ignoranza della legge, che ha introdotto il principio della colpevolezza effettiva. Anche i giudici ordinari hanno contribuito reinterpretando le norme alla luce dei principi costituzionali.

Nonostante le profonde trasformazioni, il Codice Rocco continua a costituire l’ossatura del diritto penale italiano. La sua persistenza è legata anche alla scelta del legislatore di intervenire nel tempo con leggi speciali, piuttosto che con una riforma organica complessiva.

Questo ha prodotto una stratificazione normativa che ha reso il codice un riferimento ancora indispensabile, pur svuotato di molte delle sue originarie componenti ideologiche.

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