La FIFA ci ripensa sullo spagnolo, ma solo dopo l’ennesima figuraccia. Travolta dalle critiche per il divieto di rivolgere domande in castigliano ad alcuni giocatori nelle conferenze stampa del Mondiale 2026, l’organizzazione avrebbe deciso di garantire la traduzione in spagnolo in tutte le conferenze. Un dietrofront che mette una toppa a un avvio di torneo già segnato da più di una caduta di stile: dal “chill and relax” con cui Gianni Infantino ha liquidato le critiche alla vigilia, fino allo sfottò sull’Italia esclusa.
I tre casi che hanno acceso la miccia
Tutto nasce alla vigilia di Brasile-Marocco, gara del Gruppo C poi chiusa sull’1-1. Un cronista di TV Azteca Deportes, Rodrigo Ornelas, prova a interrogare in spagnolo il capitano marocchino Achraf Hakimi, nato e cresciuto a Madrid e madrelingua castigliano. Il moderatore FIFA lo blocca prima ancora che la domanda sia completa: niente spagnolo, perché in sala non è prevista la traduzione. Hakimi si offre di rispondere comunque, ma la linea non cambia; alla fine la domanda viene posta in spagnolo e il giocatore replica in inglese.
Pochi minuti dopo la scena si ripete con Vinicius Junior. Al brasiliano del Real Madrid, anch’egli perfettamente ispanofono, viene impedito di dialogare in spagnolo con un reporter per l’assenza di interpreti da remoto: l’attaccante è costretto a indossare le cuffie per ascoltare la traduzione di una lingua che parla correntemente. Il terzo episodio coinvolge Frenkie de Jong, centrocampista olandese del Barcellona, alla vigilia di Olanda-Giappone: lì le lingue ammesse sono inglese, giapponese e olandese, e anche una domanda in spagnolo finisce stoppata.
La regola delle lingue: non un veto, ma un problema logistico
Va detto, per onestà: non esiste un bando regolamentare contro lo spagnolo, che figura peraltro tra le lingue ufficiali della Federazione internazionale. La FIFA garantisce la traduzione simultanea in inglese e nelle lingue richieste dalle due nazionali in campo. Per Brasile-Marocco, la sala disponeva di interpreti per inglese, portoghese, italiano — chiesto dal Brasile per il commissario tecnico Carlo Ancelotti — arabo e francese. Ogni idioma fuori da quel perimetro, spagnolo compreso, restava tagliato fuori.
Lo stesso vincolo spiega perché il problema non riguardi solo il castigliano: anche un cronista cinese o giapponese verrebbe fermato in una conferenza che non prevede la sua lingua. Lo spagnolo, di norma ammesso nelle gare con Spagna, Messico, Argentina, Uruguay, Colombia, Ecuador o Paraguay, è finito nel mirino solo perché i match coinvolti non schieravano selezioni ispanofone. Resta la sostanza: in un torneo ospitato anche dal Messico, e in una regione dove lo spagnolo è parlato da decine di milioni di persone, l’effetto è stato quello di un bavaglio.
Il dietrofront per mettere una toppa al buco
A rendere indigesta la vicenda ci ha pensato la viralità dei video e il malumore dei media latinoamericani. Tra le voci più dure, quella del giornalista messicano José Ramón Fernández, che su X ha bollato come “incomprensibile” il divieto in un evento che si fa vanto della propria diversità. Di fronte alla protesta, la FIFA ha rivisto in fretta il protocollo: secondo quanto riferito da Sporting News e ripreso da diverse testate internazionali, per il resto del torneo la traduzione in spagnolo sarebbe assicurata in ogni conferenza, e non più solo nelle gare con nazionali ispanofone. Una correzione mirata — e tardiva — che riguarderebbe per ora il solo castigliano, lasciando intatto il nodo per le altre lingue escluse.
Un avvio segnato dalle cadute di stile
Il caso si inserisce in una sequenza di passi falsi che accompagna il Mondiale fin dal fischio d’inizio. Alla vigilia, incalzato da un cronista della BBC sull’imbarazzo di ospitare il torneo negli Stati Uniti tra respingimenti e restrizioni d’ingresso che toccano tifosi e accreditati, Gianni Infantino se l’era cavata invitando tutti a rilassarsi — “chill and relax” — e rivendicando il proprio rapporto con Donald Trump.
Pochi giorni prima, intervistato dalla brasiliana CazéTV sull’ipotesi di un Mondiale a 64 squadre, il numero uno della FIFA si era lasciato andare a una battuta velenosa sull’Italia, fuori per la terza volta di fila dopo l’eliminazione negli spareggi di marzo: forse con 64 nazionali gli azzurri si qualificherebbero, o forse servirebbe arrivare a numeri da operetta. Una stoccata che la FIGC ha rispedito al mittente parlando senza giri di parole di “caduta di stile“. Il dietrofront sullo spagnolo, in questo quadro, è soltanto l’ultima toppa cucita in corsa.
