A quasi sei mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, l’inchiesta della Procura di Campobasso continua a cercare risposte su uno dei casi più complessi degli ultimi mesi in Molise. Le due erano decedute alla fine del 2025 dopo essere state esposte alla ricina, una sostanza altamente tossica che gli accertamenti medico-legali hanno individuato come causa dell’avvelenamento.
Le indagini, coordinate dalla Procura e condotte dai carabinieri, proseguono su più fronti. Nelle ultime settimane gli investigatori hanno disposto nuove audizioni di persone vicine alla famiglia, con l’obiettivo di ricostruire nel dettaglio il contesto relazionale e gli avvenimenti che hanno preceduto la tragedia.
Nuove testimonianze per ricostruire il contesto familiare
L’attività investigativa non si concentra soltanto sui componenti del nucleo familiare già coinvolti negli accertamenti, ma si sta estendendo anche ad amici e conoscenti. Gli inquirenti puntano a raccogliere elementi utili per comprendere dinamiche personali, rapporti e frequentazioni che potrebbero contribuire a chiarire quanto accaduto.
Tra le persone che saranno ascoltate nei prossimi giorni figura anche Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. La donna aveva ospitato Gianni e la figlia maggiore Alice nelle ore successive ai fatti. La sua deposizione potrebbe fornire ulteriori dettagli sul periodo immediatamente successivo alla morte di madre e figlia.
Nel frattempo resta sotto sequestro l’abitazione di Pietracatella, teatro della vicenda. Un nuovo sopralluogo richiesto dagli investigatori non è ancora stato effettuato, ma rappresenta un passaggio ritenuto importante per verificare alcuni aspetti emersi nel corso delle indagini.
Attesi i risultati delle perizie scientifiche
Una parte rilevante dell’inchiesta è affidata agli accertamenti tecnici ancora in corso. Gli investigatori attendono infatti gli esiti delle analisi sui dispositivi elettronici sequestrati alla famiglia, tra cui telefoni cellulari, computer e tablet.
Particolare attenzione è rivolta allo smartphone di Alice Di Vita, la figlia maggiore sopravvissuta alla tragedia perché non presente al momento del pasto durante il quale sarebbe avvenuta l’esposizione alla sostanza tossica. L’analisi del dispositivo potrebbe contribuire a ricostruire contatti, comunicazioni e spostamenti nelle ore precedenti ai decessi.
Oltre ai contenuti digitali, gli specialisti stanno esaminando dati di traffico telefonico, chat e informazioni di geolocalizzazione raccolte nel corso delle attività investigative. Elementi che potrebbero aiutare a definire con maggiore precisione la sequenza degli eventi.
Il nodo delle autopsie e della ricina
Restano particolarmente attesi anche i risultati definitivi degli esami autoptici. Gli accertamenti medico-legali, già prorogati più volte per la complessità delle analisi, dovranno chiarire con precisione modalità e tempi dell’avvelenamento.
La presenza della ricina nell’organismo delle due vittime rappresenta al momento uno dei pochi elementi consolidati dell’inchiesta. Resta però da stabilire come la sostanza sia stata somministrata e in quale momento sia avvenuta l’esposizione.
Al momento gli investigatori mantengono il massimo riserbo e non escludono alcuna ipotesi. Le nuove testimonianze, insieme ai risultati delle perizie scientifiche e informatiche attesi nelle prossime settimane, potrebbero rappresentare un passaggio decisivo per fare luce sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita e individuare eventuali responsabilità.
