A Pietracatella (Campobasso), l'inchiesta sull'avvelenamento di Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara si concentra su un amico di famiglia e una cura somministrata in casa, avvolta nel giallo.
L'ultima cena in famiglia
Tutto sembra iniziare la sera del 23 dicembre. Nella villetta di via del Risorgimento, a Pietracatella, la famiglia Di Vita è riunita per cena. Ci sono Gianni, il padre ed ex sindaco, la moglie Antonella e la figlia minore, Sara. Manca solo la primogenita, Alice, 19 anni, fuori con degli amici. È durante questo pasto che, secondo la principale ipotesi investigativa, il veleno entra per la prima volta nel corpo di madre e figlia. Le modalità non sono ancora chiare: potrebbe essere stato mescolato al cibo, ma non si esclude un'assunzione accidentale o volontaria avvenuta in altro modo. Poche ore dopo, il 24 dicembre, le due donne iniziano a manifestare i primi, violenti sintomi, che sembrano quelli di una comune intossicazione alimentare.

La flebo dell'amico: soccorso o trappola?
Il 26 dicembre le condizioni di Antonella e Sara peggiorano drasticamente. I sintomi tossici della ricina provocano una grave disidratazione, a tal punto da spingere la famiglia a chiedere aiuto. Viene chiamato un amico, descritto come una persona con competenze sanitarie, per somministrare delle flebo direttamente a casa. Lo scopo era reidratare i corpi debilitati delle due donne. Questo intervento, nato come un tentativo di soccorso, è diventato uno dei punti più oscuri e cruciali dell'intera inchiesta. Gli investigatori hanno confermato che le infusioni sono realmente avvenute e hanno già interrogato l'uomo come persona informata sui fatti. La domanda che tormenta l'indagine è se quella flebo sia stata solo un tentativo di cura o se possa rappresentare la seconda, letale fase dell'avvelenamento.
«Con queste morti i medici non c’entrano.»
— Pietro Terminiello

Dall'errore medico all'ipotesi dell'omicidio
Inizialmente, la Procura aveva aperto un'inchiesta per omicidio colposo a carico di cinque medici dell'ospedale Cardarelli di Campobasso. L'accusa era di aver sottovalutato la gravità dei sintomi di Antonella e Sara, scambiandoli per una semplice intossicazione. La conferma della presenza di ricina nel sangue delle vittime ha ribaltato completamente lo scenario. Questa tossina è infatti difficile da individuare e i suoi effetti iniziali possono facilmente essere confusi con patologie meno gravi, rendendo la diagnosi un'impresa complessa. Con l'esclusione della colpa professionale, l'ipotesi dell'avvelenamento accidentale si affievolisce, lasciando sempre più spazio a quella di un gesto premeditato. La Procura di Larino ha quindi allungato di un mese, fino a fine maggio, i tempi per il deposito della perizia autoptica, data la straordinaria delicatezza del caso.

Le domande senza risposta
Mentre gli investigatori della Squadra Mobile, coordinati da Marco Graziano, analizzano ogni elemento, dagli alimenti residui alle frequentazioni della famiglia, un dubbio inquietante si fa strada: chi poteva avere accesso alla ricina? Si tratta di un veleno raro, la cui manipolazione richiede esperienza per non rimanerne vittima. La rapidità con cui ha agito suggerisce che la dose sia stata somministrata in tempi ravvicinati alla morte, per massimizzarne l'effetto letale. L'inchiesta scandaglia ogni possibile pista, personale o addirittura politica, data la notorietà di Gianni Di Vita. Al momento, però, non ci sono indagati. Il puzzle di quei giorni drammatici tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio è ancora tutto da comporre, lasciando una comunità e un'intera nazione in attesa di una verità che appare ancora lontana e terribile.
