Svolta nelle indagini sulla morte dei quattro braccianti bruciati vivi in un minivan ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le vittime sarebbero state bruciate vive all’interno del mezzo, parcheggiato in una stazione di servizio lungo la Statale 106. A indirizzare l’inchiesta sarebbero state soprattutto le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, che avrebbero ripreso il momento dell’aggressione.
Nel filmato, si vedrebbero due persone avvicinarsi al veicolo, bloccare le portiere dall’esterno e poi appiccare il fuoco dopo aver utilizzato del liquido infiammabile. Le immagini avrebbero avuto un ruolo decisivo nell’individuazione dei due sospettati, fermati dalla Squadra Mobile su disposizione della Procura di Castrovillari.
I due uomini, cittadini pakistani, sono accusati di omicidio plurimo aggravato. Il fermo è arrivato dopo un lungo interrogatorio in Questura a Cosenza, dove erano stati condotti dopo essere stati rintracciati a Villapiana.
Il superstite: “Ho visto la morte”
Nell’auto data alle fiamme c’era anche un quinto uomo, l’unico riuscito a salvarsi. Si tratta di un cittadino afghano, bracciante agricolo, rimasto ferito e ustionato nell’attacco. Intervistato dalla Tgr Calabria, ha raccontato di essersi salvato per miracolo, riuscendo a uscire dal veicolo mentre le fiamme avvolgevano l’abitacolo.
Il suo racconto apre anche uno squarcio sul possibile contesto di sfruttamento in cui vivevano e lavoravano le vittime. L’uomo ha parlato di minacce, violenze e paghe negate, sostenendo che ai braccianti venissero garantiti solo vitto e alloggio, senza compenso economico. Una versione che ora dovrà essere verificata dagli inquirenti, ma che inserisce la strage di Amendolara in un quadro ancora più drammatico: quello del lavoro nei campi, della vulnerabilità dei migranti e del possibile controllo esercitato da gruppi criminali o caporali.
Il superstite, ancora segnato dalle ferite, ha riferito di aver vissuto momenti di terrore assoluto. “Ho visto la morte”, ha detto, descrivendo l’impossibilità iniziale di fuggire dal mezzo e il tentativo disperato di salvarsi.
Le indagini della Procura di Castrovillari sui braccianti bruciati vivi
La Procura di Castrovillari, guidata da Alessandro D’Alessio, prosegue gli accertamenti per chiarire movente, responsabilità e contesto del delitto. Gli investigatori stanno lavorando non solo sulla dinamica materiale dell’attacco, ma anche sui rapporti tra vittime, superstite e fermati.
Il procuratore ha sottolineato il lavoro svolto dalle forze dell’ordine, che in tempi rapidi sono riuscite a individuare i soggetti ritenuti gravemente indiziati. Le immagini della videosorveglianza restano al centro dell’inchiesta, insieme alla testimonianza del sopravvissuto.
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che ha parlato di una storia “agghiacciante” e di una tragedia capace di interrogare la società sul valore della dignità umana, sul dramma delle migrazioni e sulle condizioni delle persone più fragili.
Il nodo dello sfruttamento nei campi
La strage di Amendolara resta prima di tutto un quadruplice omicidio, ma il racconto del superstite impone agli inquirenti di approfondire anche l’ipotesi di un contesto di sfruttamento lavorativo. Le vittime erano braccianti agricoli e, secondo le prime ricostruzioni, vivevano in condizioni di forte marginalità.
Il quadro investigativo è ancora in evoluzione. Saranno gli accertamenti della Procura a chiarire se dietro l’attacco ci sia un regolamento di conti, una vendetta, una lite legata al lavoro nei campi o un sistema più ampio di controllo e intimidazione. Intanto, le immagini del rogo e le parole dell’unico sopravvissuto hanno trasformato il caso in una delle pagine più drammatiche della cronaca recente in Calabria.
