Nella tragedia dei cinque sub italiani morti alle Maldive emerge un nuovo elemento tecnico: la torcia che, secondo alcune guide locali, chi entra senza corda guida può lasciare all’ingresso del cunicolo per orientarsi durante il ritorno. Un espediente fragile, però, soprattutto in un ambiente chiuso, profondo e facilmente alterabile dal movimento delle pinne.
A raccontarlo è il Corriere della Sera, in un articolo firmato dall’inviata a Malé Sara Gandolfi. Secondo la ricostruzione, la cosiddetta “grotta degli italiani”, nell’atollo di Vaavu, non sarebbe un luogo del tutto sconosciuto agli operatori subacquei locali. Diversi istruttori e divemaster riferiscono che in passato altri si erano immersi almeno nella prima camera della cavità, pur in assenza di una mappa ufficiale depositata.
Il problema, spiegano le guide sentite dal quotidiano, riguarda il passaggio tra le due camere della grotta. In quel punto ci sarebbe un dosso capace di oscurare l’ingresso del tunnel. Senza filo d’Arianna, frecce o sagole, alcuni sub lasciano una luce come riferimento. Ma se la sabbia si solleva e riduce la visibilità, anche quella traccia può diventare inutile.
Le guide locali: “un rischio enorme”
Il racconto raccolto al porto turistico di Hulhumalé restituisce un quadro di forte preoccupazione tra le guide subacquee maldiviane. Alcune, pur parlando senza esporsi ufficialmente, sostengono che l’ingresso nella grotta senza adeguati sistemi di orientamento avrebbe comportato un rischio molto alto.
Una delle frasi raccolte dal Corriere sintetizza il punto: i sub avrebbero preso “un rischio enorme”. A quelle profondità, infatti, il margine di errore si riduce drasticamente. Secondo le fonti citate, anche con bombole ricreative si può arrivare sotto i 50 metri, ma il tempo utile diventa brevissimo: l’aria si consuma più rapidamente e, in caso di panico o disorientamento, la situazione può precipitare.
Il nodo non sarebbe quindi la temperatura dell’acqua o l’uso di tute corte, visto che il mare era attorno ai 26 gradi, ma l’autonomia d’aria e la gestione dell’ingresso in un ambiente chiuso. Il soccorritore finlandese Sami Paakkarinen, coinvolto nelle operazioni di recupero con Dan Europe, ha confermato che i sub italiani non avevano attrezzature ottimali per un’immersione in grotta.
Attrezzature e indagini: cosa resta da chiarire
Secondo fonti vicine alle indagini citate dal Corriere, i cinque sub avevano con sé torce, computer subacquei da polso e GoPro. Quasi certamente, invece, non avrebbero avuto il filo d’Arianna, cioè la corda guida usata nelle immersioni in grotta per garantire il rientro anche in condizioni di visibilità compromessa.
Altro elemento rilevante riguarda le bombole: sarebbero state tutte trovate completamente vuote. Questo dettaglio, se confermato dagli accertamenti ufficiali, renderebbe meno probabile l’ipotesi di un avvelenamento da gas respirato, perché in quel caso la morte sarebbe potuta avvenire prima dell’esaurimento dell’aria.
Resta però aperto il capitolo delle prove. Non è ancora chiaro, almeno ufficialmente, quali attrezzature recuperate siano state consegnate alle autorità maldiviane, quali siano state poste sotto sequestro e chi analizzerà i filmati delle GoPro e i dati dei computer subacquei. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, mentre il governo delle Maldive ha annunciato due indagini: una sulla morte dei cinque italiani e una su quella del sub militare maldiviano deceduto durante le operazioni di ricerca.
Il silenzio delle autorità delle Maldive sui sub italiani
Sull’inchiesta, per ora, domina la prudenza. Le autorità maldiviane hanno fatto sapere che le richieste dei media internazionali vengono coordinate dall’ufficio del presidente, che ha scelto di non commentare nel dettaglio un’indagine ancora in corso.
Il caso ha già avuto conseguenze anche sul piano normativo. Dopo l’incidente nell’atollo di Vaavu, il governo delle Maldive ha annunciato consultazioni con gli operatori del settore per costruire un quadro legale specifico sulle immersioni in grotta. Un passaggio che conferma quanto la tragedia abbia messo in luce una zona grigia: attività tecnicamente molto complesse, praticate in un paradiso turistico globale, ma non sempre regolate con standard adeguati al livello di rischio.
Ora la verità passerà dagli accertamenti tecnici: autopsie, analisi delle attrezzature, dati dei computer subacquei e immagini registrate dalle GoPro. Solo da lì potrà arrivare una risposta alla domanda centrale: se la morte dei cinque italiani sia stata il risultato di una tragica concatenazione di errori, di una sottovalutazione del pericolo o di responsabilità ancora da accertare.
