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Corte Ue: “Centri migranti in Albania conformi se garantiti tutti i diritti fondamentali”

Il parere dell’avvocato generale CGUE apre alla gestione italiana dei CPR in Albania, purché siano assicurate tutte le garanzie legali e i diritti fondamentali ai migranti

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Il Centro migranti Gjader in Albania

Il Centro migranti Gjader in Albania | ANSA/Domenico Palesse - Alanews.it

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Bruxelles, 23 aprile 2026 – La Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha espresso il proprio parere sulla compatibilità del protocollo Italia-Albania, firmato lo scorso 6 novembre 2023, che consente all’Italia di istituire e gestire in Albania centri per il trattenimento e il rimpatrio dei migranti. Il pronunciamento dell’avvocato generale Nicholas Emiliou, anticipando la futura sentenza dei giudici di Lussemburgo, ha sottolineato che tale protocollo è conforme al diritto europeo a condizione che vengano garantiti pienamente i diritti dei migranti.

Il protocollo Italia-Albania e la giurisdizione italiana

Il protocollo consente all’Italia di gestire centri di permanenza e rimpatrio (CPR) situati sul territorio albanese, mantenendo però la giurisdizione italiana su tali strutture. Questa disposizione era stata oggetto di controversie giudiziarie in Italia, con il Tribunale e la Corte d’appello di Roma che avevano negato la legittimità dei provvedimenti di trattenimento emessi per migranti trasferiti nei centri albanesi, soprattutto per coloro provenienti da paesi considerati sicuri come Egitto e Bangladesh. A seguito del ricorso delle autorità italiane, la questione è stata deferita alla Corte di giustizia Ue per un giudizio di conformità al diritto dell’Unione.

Le garanzie per i diritti dei migranti

Nelle conclusioni fornite dall’avvocato generale Emiliou, si evidenzia che la normativa europea non vieta l’istituzione di CPR al di fuori del territorio nazionale, ma impone il rispetto di tutte le garanzie procedurali e sostanziali a tutela dei migranti. Tra queste, il diritto all’assistenza legale, l’interpretazione linguistica, e la possibilità di mantenere contatti con familiari e autorità. Particolare attenzione deve essere riservata ai minori e alle persone vulnerabili. Inoltre, è stato precisato che la norma europea che permette ai richiedenti protezione internazionale di rimanere in uno Stato membro durante l’esame delle loro domande non conferisce loro il diritto di essere trattenuti o riportati in quel territorio, ma obbliga gli Stati a garantire un accesso effettivo alla giustizia e un rapido riesame giurisdizionale per evitare trattenimenti illegittimi.

La sentenza definitiva della Corte di giustizia Ue è attesa nei prossimi mesi e avrà un ruolo cruciale nel definire i confini dell’applicazione dei CPR extraterritoriali nell’ambito delle politiche migratorie europee.

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