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I primi 12 mesi della seconda presidenza Trump: un anno che ha cambiato la geopolitica mondiale

Dodici mesi di presidenza Trump segnati da scelte divisive, tensioni sociali e politiche estere aggressive: bilancio tra successi rivendicati e crescenti critiche interne

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Trump sulla guerra in Ucraina

Donald Trump | Shutterstock - alanews

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Washington, 19 gennaio 2026 – È trascorso un anno esatto dal giuramento di Donald Trump per il suo secondo mandato alla presidenza degli Stati Uniti, iniziato il 20 gennaio 2025. Un anno caratterizzato da eventi tumultuosi e da una gestione del potere che ha diviso profondamente l’opinione pubblica americana e internazionale. Il tycoon di New York, già 45º presidente dal 2017 al 2021, è tornato alla Casa Bianca in un contesto politico e sociale altamente polarizzato, portando avanti un’agenda che ha ridefinito l’identità del Partito Repubblicano e sollevato numerose controversie.

Un anno di governo tra potere e tensioni sociali

Nel corso dei dodici mesi che hanno seguito il suo insediamento, Donald Trump ha consolidato un potere esecutivo senza precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti, ampliando le prerogative presidenziali e adottando una linea dura sia in politica interna che estera. Circondatosi di fedelissimi, ha dichiarato come unico limite alla sua azione “la mia stessa moralità”, in un’escalation che ha portato a decisioni controverse e a un uso intensivo degli ordini esecutivi.

Tra i successi rivendicati dai suoi sostenitori vi sono il rafforzamento del muro al confine con il Messico, la drastica riduzione delle influenze del cosiddetto “radicalismo woke” nelle istituzioni, la conclusione della guerra a Gaza con il ritorno a casa degli ostaggi israeliani, e un rallentamento significativo del programma nucleare iraniano dopo i bombardamenti nella guerra dei 12 giorni. Sul piano economico, il governo Trump ha promosso la “big, beautiful bill”, una legge con tagli fiscali rilevanti, sostenendo che la disoccupazione sia rimasta bassa e che l’economia abbia mantenuto un buon ritmo di crescita.

Al contrario, i critici denunciano un isolamento crescente degli Stati Uniti sulla scena internazionale, con una perdita di credibilità e un indebolimento delle alleanze tradizionali, in particolare con l’Europa. Le politiche commerciali protezionistiche, a partire dall’imposizione di dazi, hanno fatto lievitare i prezzi al consumo, aggravando il costo della vita. Sul fronte della giustizia e dell’ordine pubblico, si segnalano un uso politico delle forze dell’ordine e un aumento della militarizzazione delle città, con operazioni di polizia contro immigrati spesso condotte con metodi ritenuti brutali. Esempio emblematico sono gli scontri dovuti alle brutalità commesse dall’ICE.

Donald Trump: dal Venezuela a Epstein

Il bilancio di questo primo anno è dunque segnato da narrative contrastanti che si riflettono nei sondaggi: circa il 60% degli americani esprime un giudizio negativo sull’operato del presidente Trump, con particolare insoddisfazione per la gestione dell’economia e dell’immigrazione, due temi chiave della sua campagna elettorale. Questo clima appare un segnale preoccupante in vista delle elezioni di midterm previste per novembre, che potrebbero ridisegnare gli equilibri politici negli Stati Uniti.

In politica estera, Trump ha smantellato numerosi accordi internazionali, uscendone dall’Accordo di Parigi sul clima e da altri organismi ritenuti contrari agli interessi americani, mentre ha adottato una strategia aggressiva nei confronti di paesi come Colombia, Messico e Cuba. La sua gestione della crisi ucraina, caratterizzata da un rapporto controverso con Zelensky e Putin, non ha ancora portato a una tregua duratura (nonostante le sue numerose promesse di raggiungerla “entro fine anno“) mentre in Medio Oriente ha ottenuto una fragile pace nella Striscia di Gaza. La minaccia di escludere gli alleati europei dalla NATO e di imporre dazi ai Paesi che inviano soldati oltreoceano ha creato ulteriori tensioni.

Non meno importanti sono gli ultimi sviluppi geopolitici internazionali, con la cattura di Nicolas Maduro in Venezuela, la volontà di annettere la Groenlandia “in un modo o nell’altro” e le pressioni sull’Iran per rovesciare il regime, con bombardamenti americani che si preannunciano imminenti. Senza contare la vicenda del Nobel per la Pace, tanto voluto da Trump e poi vinto da Maria Corina Machado, che poi ha finito per regalarglielo.

Inoltre ci sono i vari interventi del tycoon per fermare le sue famose guerre: dagli scontri tra Thailandia e Cambogia a India e Pakistan, arrivando poi alle tensioni tra Azerbaigian e Armenia.

Sul fronte interno, l’amministrazione Trump ha seguito le linee guida del “Project 2025” elaborato dal think tank conservatore Heritage Foundation, imponendo una stretta sulle politiche di immigrazione, con deportazioni di massa e restrizioni sui visti, e una dura azione contro l’ideologia woke nelle università e nella ricerca. La giustizia è stata strumentalizzata per proteggere amici e perseguitare avversari politici, mentre le città amministrate dai Democratici sono state militarizzate per combattere le proteste e la criminalità.

Infine, non sono mancati scandali e polemiche, dalle controversie legate al capo del Pentagono Pete Hegseth ai documenti ancora riservati relativi al caso Epstein, fino all’attentato contro il leader conservatore Charlie Kirk. Questi episodi hanno alimentato un clima di instabilità e divisione che accompagna l’intero mandato.

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