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La Loggia P2: la storia di una delle vicende più simboliche della Repubblica Italiana

Dai grandi nomi all'interno della loggia massonica alle idee "rivoluzionarie" che volevano un cambiamento radicale all'interno dello Stato Italiano

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Licio Gelli

Licio Gelli | Shutterstock - alanews.it

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Roma, 11 dicembre 2025 – La storia della Loggia P2, la Propaganda Due, è una delle vicende più dense e simboliche della Repubblica italiana. Nata formalmente come loggia massonica, assunse nel corso degli anni Sessanta e Settanta una natura del tutto particolare e, sotto la guida di Licio Gelli, divenne un centro di potere parallelo in grado di estendere la propria influenza ben oltre i confini della massoneria tradizionale. A differenza delle logge regolari, la P2 operava in modo coperto, con criteri di selezione che puntavano a creare una rete riservata composta da uomini collocati nei punti più sensibili delle istituzioni, dell’economia e dell’informazione. Ne ripercorriamo la storia alla luce delle dichiarazioni del Ministro della Giustizia Carlo Nordio che risponde alla accuse pervenute da più parti riguardo la proposta di riforma elettorale e il conseguente referendum.

La storia della P2, la deflagrazione dello scandalo

Tutto esplose nel marzo del 1981, quando i magistrati che indagavano sul crac del Banco Ambrosiano perquisirono la villa di Gelli ad Arezzo e trovarono la famosa lista di quasi mille affiliati. Fu allora che il Paese scoprì quanto fosse estesa la trama di relazioni costruita attorno alla loggia. Tra i nomi figuravano personaggi destinati a pesare nella vita pubblica italiana, come Silvio Berlusconi, allora imprenditore televisivo emergente, e Maurizio Costanzo, volto noto del giornalismo e della televisione. C’erano inoltre figure chiave dei servizi segreti, come il generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMI, il generale Pietro Musumeci, e l’ex direttore del SID Vito Miceli. Non mancavano esponenti politici, tra cui Fabrizio Cicchitto, e dirigenti del mondo editoriale come Bruno Tassan Din, allora ai vertici della Rizzoli-Corriere della Sera.

La rivelazione della lista fece comprendere immediatamente che la P2 non era semplicemente loggia massonica in cerca di visibilità, ma un vero e proprio luogo di raccordo tra poteri diversi, un crocevia in cui si incontravano ufficiali dell’esercito, manager, giornalisti, politici, banchieri e uomini dei servizi. Quel mosaico di nomi delineava un tentativo di costruire una rete capace di influenzare decisioni, carriere e orientamenti strategici dello Stato, utilizzando la segretezza come strumento di coesione e protezione.

Il Piano di Rinascita Democratica

Un altro elemento fondamentale emerse dai documenti sequestrati: il cosiddetto “Piano di Rinascita Democratica”, un testo attribuito a Gelli che delineava una visione politica molto precisa. Il piano prevedeva il controllo dell’informazione, la ristrutturazione del sistema dei partiti, l’indebolimento dei sindacati e una riforma istituzionale in senso fortemente presidenzialista. Era, in altre parole, il progetto per ridefinire gli equilibri della Repubblica, aggirando i meccanismi della democrazia parlamentare. La Commissione parlamentare d’inchiesta, guidata da Tina Anselmi, non ebbe dubbi nel definire questo impianto come eversivo.

La scoperta della P2 rappresentò uno shock per le istituzioni italiane. Nel giro di poche settimane cadde il governo Forlani, si aprirono commissioni d’inchiesta e il Parlamento approvò norme specifiche contro le associazioni segrete. Ma al di là delle conseguenze immediate, il vero impatto della vicenda si misura nei suoi effetti più profondi: la consapevolezza che all’interno dello Stato esistevano — e potevano esistere — strutture parallele capaci di condizionare la vita pubblica al di fuori dei canali democratici. La loggia mostrò quanto fossero fragili il controllo dei servizi segreti, la trasparenza dell’informazione e gli equilibri tra i poteri dello Stato.

L’eco di una loggia che ancora desta scalpore

Ancora oggi, a più di quarant’anni di distanza, la parola “P2” richiama l’idea di trame oscure e poteri occulti. Non perché la loggia abbia governato l’Italia — le ricostruzioni più serie evitano letture complottistiche — ma perché la sua esistenza ha rivelato un punto debole strutturale: la permeabilità delle istituzioni a reti informali, segrete e trasversali. La Commissione Anselmi parlò di “ombra lunga” sul sistema democratico, sottolineando come la vicenda costituisse un monito sulla necessità di rafforzare la trasparenza e i controlli democratici.

La P2 rimane così una delle pagine più rilevanti e discusse della storia repubblicana, non solo per ciò che fece, ma per ciò che rivelò: la presenza di un doppio Stato potenziale, capace di erodere dall’interno la fiducia nei meccanismi democratici. Una lezione che continua a risuonare ogni volta che, nel dibattito pubblico, riaffiora il tema dei poteri occulti e delle strutture che operano al di fuori della luce delle istituzioni.

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