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Migliori ospedali d’Italia 2025: il report Agenas svela dove la qualità delle cure è davvero più alta

Il Programma Nazionale Esiti fotografa un Paese che migliora, ma resta diviso: ecco cosa emerge dal report e quali strutture spiccano nel panorama sanitario italiano

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Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

L’Italia si prepara a leggere una nuova radiografia del proprio sistema sanitario grazie al Programma Nazionale Esiti 2025, presentato da Agenas al ministero della Salute. Come ogni anno, il report analizza in profondità la qualità delle cure erogate negli ospedali pubblici e privati del Paese, offrendo un quadro dettagliato su risultati clinici, tempestività dei trattamenti e appropriatezza delle procedure. Un lavoro che restituisce l’immagine di un sistema capace di migliorare quando dispone di standard chiari e strumenti di valutazione adeguati, ma ancora segnato da un forte divario geografico, con una distanza spesso marcata tra Nord e Sud, soprattutto nei settori più complessi della chirurgia e dell’assistenza d’urgenza.

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La nuova edizione esamina 1.117 strutture per acuti attraverso dati integrati provenienti dalle schede di dimissione ospedaliera, dall’Anagrafe tributaria e dai flussi dell’emergenza-urgenza. Pur non essendo una classifica, il Programma consente di identificare gli ospedali che hanno raggiunto performance particolarmente elevate, grazie al sistema di valutazione “treemap” che sintetizza la qualità delle cure in otto aree cliniche. Guardando ai numeri, emerge chiaramente un Paese che avanza, ma che deve ancora colmare differenze profonde nella distribuzione delle competenze e delle risorse.

Migliori ospedali d’Italia: le strutture che eccellono

Tra le 871 strutture valutate attraverso il treemap, il 21% – pari a 189 ospedali – ha ottenuto risultati alti o molto alti in tutte le aree cliniche analizzate, un dato che conferma come una parte del sistema sia in grado di mantenere standard di eccellenza. Ancora più selettivo è il gruppo delle strutture valutate su almeno sei aree cliniche: solo quindici ospedali in tutta Italia hanno raggiunto livelli alti o molto alti in ciascuna di esse.

Si tratta di realtà distribuite in modo non uniforme sul territorio, con una forte concentrazione nelle regioni del Nord e del Centro-Nord. Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana dominano la lista, mentre solo un ospedale del Sud – l’AOU Federico II di Napoli – entra nel gruppo delle strutture più virtuose. Il divario territoriale, dunque, emerge anche nei risultati migliori, confermando quanto la geografia influenzi la qualità dell’assistenza e l’accesso alle cure più complesse.

Questa selezione di ospedali migliori d’Italia si distingue non solo per i volumi di attività, spesso elevati, ma anche per un’organizzazione più efficiente, per la capacità di operare in modo appropriato e per la rapidità nell’erogare interventi salvavita. Sono elementi che, insieme, contribuiscono a ridurre rischi, migliorare i tempi di recupero e garantire una più alta sicurezza per i pazienti.

Le aree cliniche in miglioramento e quelle che restano critiche

Sul fronte cardiovascolare, il report registra un forte aumento della concentrazione dei casi nelle strutture ad alto volume, un indicatore chiave della qualità delle cure. Circa il 90% dei pazienti con infarto miocardico acuto viene ricoverato in centri con grande esperienza, mentre per l’angioplastica coronarica i dati mostrano una distribuzione simile. Permane invece una forte frammentazione per il bypass aortocoronarico, dove il numero di centri che superano la soglia dei 200 interventi annui si è ridotto nel tempo, con una conseguente dispersione dei casi che può incidere sugli esiti.

Il quadro della chirurgia oncologica mostra segnali di netta crescita: gli interventi per tumore della mammella sono ormai concentrati al 90% nelle strutture ad alto volume, mentre per colon, prostata e polmone si osservano progressi significativi. Resta invece molto problematico il trattamento dei tumori del pancreas e del retto, soprattutto nel Mezzogiorno, dove la concentrazione dei casi complessi è ancora insoddisfacente e lontana dagli standard nazionali.

Un capitolo fondamentale riguarda la tempestività dei trattamenti. L’angioplastica per infarto con sopraslivellamento del tratto ST raggiunge un valore mediano del 63%, con miglioramenti rispetto al passato ma con livelli ancora disomogenei sul territorio. Anche gli interventi per frattura del femore negli over 65 mostrano progressi, ma non ancora uniformi: molte regioni, soprattutto meridionali, restano lontane dalla soglia considerata ottimale.

Nell’area materno-infantile si osservano trend incoraggianti, come il calo dei tagli cesarei primari e il dimezzamento delle episiotomie. Tuttavia, anche qui il divario territoriale rimane evidente, con valori del Sud ancora ben sopra gli standard raccomandati. Migliora inoltre l’appropriatezza nella chirurgia di colecisti, grazie a un crescente ricorso alla day surgery e a degenze più brevi.

Cosa rivelano i risultati finali e perché il divario territoriale resta il nodo da sciogliere

Gli esiti confermano che, per molte procedure critiche, la mortalità a 30 giorni è in calo. Interventi complessi come bypass e chirurgia valvolare segnano valori medi molto inferiori alle soglie di rischio, un segnale positivo per la sicurezza dei pazienti. Tuttavia, alcune regioni del Sud, come Calabria, Campania e Puglia, mostrano risultati meno favorevoli, suggerendo la necessità di un rafforzamento strutturale, organizzativo e professionale.

Il Programma Nazionale Esiti 2025 evidenzia quindi un sistema che può migliorare quando dispone degli strumenti adeguati, ma che necessita di interventi mirati per ridurre le disparità. La fotografia finale rimanda un’Italia a due velocità: una rete di ospedali di eccellenza che garantisce cure di altissimo livello e, al tempo stesso, territori in cui l’accesso alla migliore assistenza resta ancora troppo limitato.

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