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Licenziata dopo aver gridato “Palestina libera”: il tribunale condanna la Scala di Milano

Il Tribunale del Lavoro di Milano ordina la reintegrazione della dipendente, aprendo il dibattito su libertà d’espressione e diritti dei lavoratori nelle istituzioni culturali

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L'interno del teatro alla Scala

L'interno del teatro alla Scala | Photo by Wolfgang Moroder licensed under CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/deed.en) - Alanews.it

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Milano, 27 novembre 2025 – Il Tribunale del Lavoro di Milano ha dichiarato illegittimo il licenziamento della giovane maschera del Teatro alla Scala che, lo scorso 4 maggio, aveva gridato “Palestina libera” prima di un concerto organizzato in occasione della riunione annuale della Asian Development Bank (ADB), alla presenza della premier Giorgia Meloni.

Il caso della maschera della Scala

La vicenda risale al 4 maggio 2025, data in cui si è svolta a Milano la 58ma Riunione Annuale dell’Asian Development Bank, un evento internazionale di rilievo che ha visto la partecipazione di ministri e alti funzionari provenienti dai 68 Stati membri, tra cui l’Italia, Paese ospitante. Prima dell’inizio del concerto ufficiale, la maschera della Scala si è allontanata dal proprio posto per salire nella prima galleria del loggione e urlare lo slogan “Palestina libera”, gesto che aveva suscitato tensioni e che aveva portato al suo immediato licenziamento da parte del teatro milanese.

La motivazione del licenziamento si basava sul fatto che il comportamento della giovane fosse inappropriato e avesse arrecato disturbo durante un evento di alto profilo istituzionale.

La sentenza e le reazioni

Il Tribunale del Lavoro ha condannato il Teatro alla Scala a reintegrare la lavoratrice e a corrisponderle le mensilità maturate dal momento del licenziamento fino alla scadenza naturale del contratto, prevista per il 30 settembre 2025, oltre al rimborso delle spese legali sostenute. Il legale della maschera, Alessandro Villari, ha commentato: “Non è possibile licenziare un lavoratore perché esprime il proprio pensiero, anche se in maniera plateale. Per lei e per noi era soprattutto una questione di principio.”

Un martelletto del giudice per i verdetti in tribunale
Un martelletto del giudice per i verdetti in tribunale | Pixabay @iPicture – alanews.it

La decisione giudiziaria ha scatenato un acceso dibattito, con sindacati come la Cub e associazioni pro-Palestina che hanno organizzato scioperi e presidi di solidarietà, sostenendo che si trattasse di un licenziamento politico. Roberto D’Ambrosio della Cub Scala ha sottolineato come la sentenza dimostri che “gridare ‘Palestina libera’ non è reato e che i lavoratori non possono essere sanzionati per le loro opinioni politiche”, invitando a partecipare alla manifestazione nazionale pro-Palestina prevista a Milano il 29 novembre.

Il caso ha inoltre acceso il confronto sulla libertà di espressione all’interno di istituzioni culturali di prestigio come il Teatro alla Scala, soprattutto in relazione a episodi simili che hanno coinvolto artisti di fama internazionale.

La Scala, dal canto suo, è stata invitata a rinnovare il contratto della lavoratrice per evitare ulteriori contenziosi legali. Le motivazioni ufficiali della sentenza saranno depositate nelle prossime settimane.

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