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MediaWorld e gli iPad venduti a 15 euro: cosa dice la legge?

MediaWorld ha informato gli acquirenti che quel prezzo era il risultato di un errore tecnico e ha chiesto di restituire i tablet

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Un punto vendita di Mediaworld

Un punto vendita di Mediaworld | Shutterstock @FabioMitidieri - Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

La vicenda degli iPad Air acquistati a soli 15 euro sul sito e sull’app di MediaWorld continua a far discutere, soprattutto dopo che molti clienti hanno ricevuto una comunicazione ufficiale con la richiesta di restituire il prodotto o di pagare la differenza. Una storia che, nelle ultime settimane, ha sollevato dubbi non solo sul funzionamento delle piattaforme online della catena, ma anche sul quadro normativo che disciplina gli errori di prezzo e sul diritto dei consumatori a vedere rispettato quanto esposto o pubblicizzato.

L’offerta lampo di Mediaworld

Tutto è iniziato l’8 novembre, quando alcuni clienti dotati di carta fedeltà hanno visualizzato sull’app e sul sito un prezzo fuori scala per gli iPad Air, proprio nel pieno delle offerte legate al mese del Black Friday. Molti hanno completato l’ordine senza esitare, e in diversi casi il ritiro è avvenuto nei negozi fisici con pagamento regolare alla cassa. La transazione sembrava del tutto valida, documentata da scontrino fiscale e procedure d’acquisto standard.

Dopo circa due settimane, però, MediaWorld ha informato gli acquirenti che quel prezzo era il risultato di un errore tecnico e ha chiesto di restituire i tablet oppure di pagarli a prezzo pieno, applicando uno sconto di 150 euro come forma di conciliazione. Da qui, i dubbi: può un’azienda chiedere la rettifica di un contratto già concluso?

La posizione di Mediaworld

La società ha spiegato che la piattaforma ha mostrato per pochi minuti uno sconto “manifestamente riconoscibile”, pari al 98%, dovuto a un’anomalia informatica. Un ribasso così eclatante, secondo MediaWorld, rientrerebbe proprio in quei casi in cui la legge consente di annullare la vendita per errore essenziale, soprattutto se il prezzo è talmente irrealistico da risultare immediatamente sospetto. Per limitare i disagi, l’azienda ha proposto due alternative: la restituzione con rimborso più un buono da 20 euro oppure il pagamento del prezzo corretto con uno sconto extra. Nella mail ufficiale ha rimarcato inoltre che, pur facendo valere il principio giuridico, si è scelta una linea orientata al mantenimento del rapporto con il cliente.

Cosa prevede il Codice civile?

Il riferimento normativo principale è l’articolo 1428 del Codice civile, che consente l’annullamento del contratto se l’errore alla base dell’accordo è essenziale e riconoscibile dalla controparte. Il nodo, dunque, è stabilire se un iPad venduto a 15 euro possa essere considerato un prezzo chiaramente anomalo, e se dunque il cliente avrebbe dovuto accorgersi della svista. A complicare il quadro ci sono però due elementi: l’offerta era riservata ai possessori di carta fedeltà, e il periodo del Black Friday è notoriamente ricco di promozioni con ribassi molto elevati. Inoltre, diversi acquisti sono stati completati in negozio, a contatto diretto con il personale.

Prezzo esposto e prezzo applicato: cosa fare se alla cassa cambia tutto?

Il caso MediaWorld ha riacceso anche un altro tema cruciale per i consumatori: cosa succede quando il prezzo mostrato sugli scaffali o online non coincide con quello applicato alla cassa? In linea generale, chi acquista ha diritto a pagare il prezzo esposto dal venditore. La legge considera infatti l’indicazione del prezzo come una vera e propria proposta rivolta al pubblico, valida e vincolante, purché contenga gli elementi essenziali del contratto. A questo si aggiungono le norme del Codice del consumo, che obbligano i negozi a esporre in modo chiaro il costo dei prodotti per garantire trasparenza e permettere il confronto tra le offerte.

La giurisprudenza ha anche chiarito che il prezzo deve essere immediatamente visibile: un cartellino poco leggibile o collocato male può essere considerato una violazione. Per questo il cassiere non può giustificare un prezzo diverso dicendo che l’etichetta non era aggiornata o che si è trattato di un errore di caricamento. Le uniche eccezioni riguardano gli sbagli clamorosi e manifesti, come uno smartphone di ultima generazione prezzato a pochi euro: in casi così evidenti, il consumatore non può pretendere l’applicazione del costo errato.

Se alla cassa viene richiesto un importo superiore, il cliente può rifiutare l’acquisto e andarsene, ma se ha già pagato può chiedere la restituzione della differenza, preferibilmente tramite richiesta scritta. È legittimo anche opporsi a rimborsi tramite buoni spesa. Qualora il venditore si rifiuti di rispettare il prezzo esposto, è possibile rivolgersi al Giudice di Pace o segnalare la pratica scorretta all’Antitrust. Nei casi più gravi, la normativa prevede perfino la sospensione temporanea dell’attività commerciale.

Cosa può accadere ora

Alcuni clienti hanno già contestato la richiesta della catena, precisando che la comunicazione ricevuta non equivale a una diffida e non produce effetti legali immediati. Resta quindi da capire se MediaWorld deciderà di procedere per vie formali o se opterà per un’ulteriore mediazione. Il caso ha mostrato ancora una volta quanto siano delicati gli errori di prezzo nel commercio digitale e quanto sia importante conoscere i propri diritti, sia davanti a un affare troppo conveniente sia quando alla cassa compare un importo diverso da quello annunciato.

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