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Caso Pifferi, l’avvocato: “Serve coraggio per giudicarla, attesa riduzione della pena”

Il processo in appello per la morte della piccola Diana si concentra sul deficit cognitivo di Alessia Pifferi e sulle nuove perizie psichiatriche presentate dalla difesa

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Milano, 5 novembre 2025 – Prosegue il dibattito giudiziario sul caso Pifferi, la vicenda che ha sconvolto l’opinione pubblica italiana dopo la morte della piccola Diana, figlia di Alessia Pifferi, abbandonata per sei giorni in casa senza cure, portando alla sua tragica morte per stenti nel luglio 2022. A margine dell’udienza in Corte d’Assise d’Appello, l’avvocato di Alessia Pifferi, Alessia Pontenani, ha rilasciato dichiarazioni che aprono nuovi scenari sul percorso processuale della sua assistita.

La difesa di Alessia Pifferi: “Un vaso vuoto” e la richiesta di una riduzione della pena

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L’avvocato Pontenani ha sottolineato come difendere Alessia Pifferi richieda coraggio, così come giudicarla. “Se oggi avranno coraggio forse potrà cambiare qualcosa”, ha detto la legale, riferendosi all’eventualità che la Corte d’Appello possa modificare la sentenza. La donna era stata condannata in primo grado all’ergastolo per l’abbandono di minore con morte, ma la difesa si aspetta una riduzione della pena a circa vent’anni.

Pontenani ha spiegato che, qualora venisse riconosciuta una semi-infermità mentale, potrebbe essere riconosciuta anche la pericolosità sociale di Pifferi, il che porterebbe a un regime di contenimento considerato necessario dalla legale, poiché “questa donna va contenuta perché è pericolosa, mentre in caso di ergastolo fra vent’anni sarebbe libera”.

L’avvocato ha insistito sul fatto che Alessia Pifferi non può essere definita una “lucida assassina” poiché, come emerge dalle perizie di primo e secondo grado, la donna presenta un grave deficit cognitivo che compromette la sua capacità di intendere e di volere. “Alessia non ragiona, è un vaso vuoto”, ha affermato Pontenani, ricordando di aver instaurato un rapporto di dialogo con la sua assistita negli ultimi due anni, cosa che nessun altro aveva fatto.

Il deficit cognitivo di Pifferi e l’impatto sulla capacità di intendere e volere

Un elemento centrale nel processo riguarda il grave deficit cognitivo di Alessia Pifferi, noto fin dall’infanzia e oggetto di una nuova perizia psichiatrica. Come spiega il prof. Massimo Blanco, esperto di psicologia forense, il deficit cognitivo si traduce in una compromissione delle funzioni mentali necessarie per la vita quotidiana, come la memoria, il ragionamento e il problem solving, e può influire significativamente sulla capacità di intendere e di volere.

La perizia di primo grado, pur non escludendo la disabilità intellettiva della donna, aveva valutato che il suo funzionamento nella vita di tutti i giorni non escludesse la capacità di intendere e di volere al momento del reato. Tuttavia, la difesa ha prodotto nuovi documenti e certificati medici che attestano la presenza di questo deficit sin dall’infanzia di Pifferi, elementi che saranno valutati in appello.

L’avvocato Pontenani ha ribadito che la sua assistita non è stata in grado di seguire il processo e ha sottolineato come i giudici avrebbero dovuto porre le domande in modo diverso, considerando il panico manifestato da Alessia durante gli interrogatori. Inoltre, ha chiesto che venga riconosciuto il dolo di pericolo, escludendo l’intenzione di uccidere la figlia: “Lei non voleva ucciderla; avrebbe potuto farlo in altri modi oppure far sparire il corpo, e non l’ha fatto”.

Il procedimento è dunque ancora aperto a nuovi sviluppi, con il riconoscimento o meno della semi-infermità e la determinazione della pena che terrà conto delle condizioni psicofisiche di Alessia Pifferi.

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