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Nathan Kiboba, la risata come sopravvivenza: dalla fuga dal Congo al palco italiano

Sul tema del razzismo, Nathan Kiboba offre una prospettiva fuori dagli schemi. Non nega la discriminazione, ma invita a non restarne prigionieri

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Nathan Kiboba a Tintoria

Nathan Kiboba a Tintoria | YouTube @Tintoria Podcast - Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Dietro la leggerezza di una battuta, la forza di un sorriso e l’energia di un palco, possono nascondersi esperienze di vita che sfidano ogni immaginazione. È ciò che emerge dall’intervista di Nathan Kiboba al podcast Tintoria, dove il comico di origini congolesi ha svelato un percorso umano fatto di dolore, coraggio e ironia. Dal Congo all’Italia, dalla persecuzione alla rinascita, la sua storia mostra come la comicità possa diventare una forma di resistenza e di rinascita personale.

“Italiano” sinonimo di truffatore

Quando Nathan Kiboba viveva in Congo, l’Italia per lui era solo un nome lontano, associato a un’immagine paradossale: quella del truffatore di strada. Nel linguaggio comune, infatti, l’espressione “essere un italiano” indicava proprio chi ingannava gli altri con un raggiro. La truffa tipica era semplice: un uomo ti chiedeva di recuperare una borsa piena di soldi, chiedendo in cambio un oggetto di valore come garanzia. Al ritorno, sparivano sia la borsa sia l’uomo. Una visione ironica, ma anche un curioso riflesso di come l’identità nazionale possa assumere significati imprevedibili a seconda del contesto culturale.

La comicità di Nathan Kiboba è nata in chiesa

Il primo palcoscenico di Nathan Kiboba è stato la chiesa cattolica del suo quartiere. Durante le lunghe messe, che potevano durare anche tre ore, iniziò a intrattenere i coetanei con rumori e battute. Invece di rimproverarlo, il sacerdote gli propose di usare quell’ironia per rendere le funzioni più coinvolgenti. Così nacquero i primi sketch comici durante le messe dedicate ai giovani.
Il momento più memorabile fu una rappresentazione della Passione di Cristo, in cui Nathan interpretava Gesù. Durante la scena, infastidito da un compagno che aveva dimenticato la battuta, reagì sputandogli addosso. Un gesto istintivo e irriverente che oggi ricorda con autoironia, simbolo di una comicità istintiva e dissacrante nata proprio nel luogo meno prevedibile.

Una fuga, non una scelta

L’arrivo in Italia di Nathan Kiboba non fu il risultato di un sogno, ma di una fuga disperata. In Congo, suo padre si era opposto a un alto ufficiale che lucrava sulla vendita illegale di medicinali destinati alla popolazione. Per ritorsione, l’esercito minacciò il figlio, sfruttando un decreto che permetteva di arruolare forzatamente i giovani con l’accusa di delinquenza. Dopo l’arresto del padre, Nathan fu costretto a scappare.
Il viaggio lo portò fino alla Libia, dove gli vennero prospettate tre scelte, tutte mortali: tornare in Congo, restare in un Paese in guerra o affrontare il mare verso l’Italia. Scelse la terza opzione, l’unica con un’esile speranza di salvezza. Durante la traversata rischiò di annegare, ma proprio mentre stava per arrendersi, guardando la luna dall’acqua, trovò la forza di risalire. Una rinascita che sarebbe diventata la base della sua nuova vita.

Il fallimento che insegna

Dopo i primi riconoscimenti nel programma Eccezionale veramente, Nathan Kiboba ottenne un’occasione d’oro: un provino per il laboratorio di Colorado. Convinto che i testi sarebbero stati scritti dagli autori, arrivò impreparato. Quando si rese conto dell’errore, improvvisò in camerino un monologo sulla differenza tra i telegiornali africani e quelli italiani, ma la performance fu un disastro.
Nove minuti di silenzio glaciale e un rimprovero severo da parte di un produttore lo costrinsero a fermarsi per mesi. Quel fallimento, tuttavia, divenne la sua lezione più preziosa: «Essere nero non basta, serve molto di più». Da allora, iniziò a studiare, a scrivere e a perfezionare il suo stile, trasformando la vergogna in crescita.

L’approccio inedito al razzismo di Nathan Kiboba

Sul tema del razzismo, Nathan Kiboba offre una prospettiva fuori dagli schemi. Non nega la discriminazione, ma invita a non restarne prigionieri. «Basta lamentarsi», dice, sostenendo che reagire con indifferenza e determinazione priva il razzista del suo potere.
Per spiegare la sua visione, paragona il razzismo al bullismo: il bullo smette solo quando la vittima non reagisce più con dolore. Lo stesso, secondo lui, vale per le offese razziali. Racconta un episodio emblematico: un capo lo umiliò pubblicamente per il suo odore. Dopo la rabbia iniziale, riconobbe che l’osservazione era vera, comprò un deodorante e andò avanti. Non un atto di sottomissione, ma di consapevolezza e autodisciplina.

Oltre le etichette

La storia di Nathan Kiboba ribalta le aspettative. Non è solo quella di un migrante che ce l’ha fatta, ma di un uomo che ha trasformato la sofferenza in arte e la paura in ironia. Le sue parole mettono in crisi l’immagine del comico come figura leggera e quella della vittima come persona passiva. Attraverso la risata, Nathan ci mostra che anche dopo aver scelto tra tre modi di morire si può trovare la forza non solo di vivere, ma di far sorridere gli altri della propria stessa fragilità.

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