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Milano, presidio della comunità ucraina: “Olevnika resta simbolo dei crimini di guerra”

La comunità ucraina a Milano ricorda la strage di Olenivka, denuncia le violazioni dei diritti umani e promuove una petizione per l’ingresso rapido dell’Ucraina nell’UE.

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Nicoletta Totaro di Nicoletta Totaro

Mi chiamo Nicoletta Totaro e sono nata ad Atessa, un piccolo paese tra il mare e le montagne abruzzesi, nell’agosto del 2001. Subito dopo il diploma, mi sono trasferita a Milano per intraprendere gli studi universitari con l’obiettivo di costruire una carriera nel campo del giornalismo. Durante il mio percorso accademico, ho collaborato con diverse realtà editoriali, iniziando nel settore dell’arte e della produzione di podcast, per poi avvicinarmi alla cronaca. Dal 2023, collaboro come videogiornalista con l'agenzia media Alanews. Parallelamente, sto completando gli studi magistrali in Politics, Philosophy and Public Affairs, durante i quali ho avuto l’opportunità di trascorrere un semestre in Germania

Milano, 26 luglio 2025 – In piazza San Babila, nel cuore di Milano, la comunità ucraina locale si è riunita in un presidio organizzato dall’associazione UaMi per commemorare la strage di Olenivka, avvenuta tre anni fa nel corso del conflitto russo-ucraino. La manifestazione ha richiamato circa trenta partecipanti, uniti dal forte desiderio di ricordare e denunciare uno degli episodi più tragici e simbolici della guerra in Ucraina.

La memoria di Olenivka: un crimine simbolico

Alessandro Di Tocco, rappresentante di UaMi, ha ricordato i fatti di Olenivka, un piccolo centro nel territorio del Donbass occupato dalla Russia. “Qui sorgeva un campo di prigionieri della brigata Azov, dove i detenuti venivano torturati e uccisi”, ha spiegato. “Per cancellare le prove dei crimini, tre anni fa i russi diedero fuoco al sito, provocando la morte di 53 prigionieri e ferendo altri 130”. I numeri ufficiali, infatti, sono oggetto di controversie tra le fonti ucraine e russe, ma il bilancio è tragico e confermato da molteplici testimonianze. La brutalità dell’attacco e la distruzione del carcere sono state denunciate come una grave violazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.

Ruslana Tkach, segretaria dell’associazione, ha sottolineato l’importanza di mantenere viva la memoria attraverso l’attivismo: “Siamo giovani e vogliamo usare la nostra voce per fare la differenza. Raccontando queste storie, apparentemente lontane, cambiamo opinioni e sensibilizziamo chi ci ascolta”. La manifestazione ha anche visto il lancio di una petizione per l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione Europea, con l’obiettivo di raccogliere firme a Milano e nelle province limitrofe, come ha ricordato Francesco Decio, altro partecipante al presidio.

Controversie e accuse reciproche sull’attacco di Olenivka

L’attacco alla prigione di Olenivka ha suscitato una fitta rete di accuse incrociate tra Mosca e Kiev. Le autorità russe hanno aperto un’indagine ufficiale, inviando sul posto una squadra speciale del Comitato investigativo, e hanno riferito di aver ritrovato frammenti di razzi Himars, arma fornita dagli Stati Uniti all’Ucraina. Secondo Mosca, l’attacco sarebbe stato orchestrato dai nazionalisti ucraini o dalla milizia mercenaria Wagner per eliminare testimoni scomodi che avrebbero potuto rivelare informazioni militari cruciali.

Dall’altra parte, l’Ucraina ha denunciato che la Russia ha deliberatamente bombardato la prigione per distruggere le prove delle torture e degli omicidi perpetrati contro i prigionieri di guerra ucraini. Il procuratore generale ucraino ha avviato un’indagine parallela, supportata anche da video che mostrano presunte torture da parte dei soldati russi. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha chiesto un intervento della Corte penale internazionale per indagare sui crimini di guerra commessi.

Intanto, la situazione sul campo rimane tesa, con la comunità internazionale che attende sviluppi sulla controffensiva ucraina nel sud del Paese e sulla riapertura dei porti di Odessa e Chornomorsk per l’esportazione del grano, confermando così l’importanza geopolitica del conflitto in corso.

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