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Giuliana Sgrena: “A 20 anni dalla liberazione, lotto per ricordare Calipari”

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Giuliana Sgrena in un'immagine del processo a Mario Lozano del 2007

ANSA/CLAUDIO PERI/I50

Redazione di Redazione

Roma, 17 luglio 2025 – A vent’anni da uno degli eventi più tragici e controversi della storia recente italiana, Giuliana Sgrena torna a raccontare con forza le dinamiche del suo sequestro e la sua battaglia per la verità sulla morte di Nicola Calipari, funzionario del SISMI ucciso durante la sua liberazione dall’Iraq nel 2005. La giornalista, celebre per il suo impegno nel raccontare i conflitti internazionali, ha ripercorso in un’intervista esclusiva rilasciata a Newzgen, i momenti drammatici del sequestro, la complessità della sua liberazione e le conseguenze di quell’episodio sulla sua vita e sulla politica italiana.

Il sequestro di Giuliana Sgrena e la tragica morte di Nicola Calipari

Era il 4 febbraio 2005 quando Giuliana Sgrena, inviata speciale del quotidiano il Manifesto, veniva rapita a Baghdad da un gruppo armato sunnita legato alla resistenza irachena. Il rapimento, avvenuto mentre la giornalista si recava a intervistare profughi di Falluja, scatenò una mobilitazione internazionale e un acceso dibattito politico in Italia. Dopo un mese di trattative condotte con grande riserbo, la liberazione avvenne il 4 marzo, grazie all’intervento diretto dei servizi segreti italiani.

Durante il tragico trasferimento verso l’aeroporto, l’auto con a bordo Sgrena, l’autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, capo dipartimento del SISMI e mediatore dell’operazione, fu oggetto di un fuoco amico da parte dei soldati statunitensi. Calipari morì sul colpo, colpito alla testa mentre proteggeva con il suo corpo la giornalista, che rimase ferita a una spalla. Secondo la versione italiana, l’auto procedeva a velocità moderata e non vi era alcun segnale di stop, mentre la versione statunitense sostiene che il veicolo stesse viaggiando a circa 100 km/h e che le procedure di controllo fossero state rispettate. L’episodio rischiò di generare un grave scontro diplomatico tra Italia e Stati Uniti, ma il soldato che sparò, Mario Lozano, fu protetto dalla giurisdizione americana che impedì, di fatto, il processo in Italia.

Vent’anni dopo: un impegno per la verità e un giornalismo più autentico

Giuliana Sgrena, nata a Masera nel 1948 e inviata di guerra da decenni, ha raccontato in recenti interviste e nel suo libro Me la sono andata a cercare. Diario di una reporter di guerra quanto il senso di colpa e la memoria di Calipari abbiano segnato la sua esistenza. «La sua morte non mi ha permesso di essere felice per la mia liberazione», ha ammesso, ricordando quei momenti in cui Calipari la coprì con il suo corpo salvandola. La giornalista ha ribadito come l’Italia abbia in parte rinunciato a perseguire una piena giustizia, lasciando senza processo l’autore del fuoco amico.

Nel suo racconto, Sgrena denuncia anche il declino dell’informazione di guerra e il ruolo distorto che i media, soprattutto i social network, hanno nel diffondere notizie non verificate o parziali. L’esperienza del sequestro e del conflitto in Iraq le ha confermato un cambiamento radicale nel modo di fare giornalismo: «Oggi abbiamo strumenti tecnologici incredibili, ma l’informazione è più limitata, spesso censurata o militarizzata». Ha evidenziato come i giornalisti embedded, presenti in conflitti come quello in Ucraina, siano costretti a seguire rigide regole di controllo governativo, limitando la libertà di reportage e la capacità di raccontare il quadro completo della guerra.

L’esperienza di Gaza rappresenta secondo lei il massimo esempio di censura informativa, dove nessun giornalista esterno è ammesso e le uniche notizie provengono da reporter palestinesi che spesso rischiano la vita. Sgrena ricorda che sono già 232 i giornalisti morti in quel conflitto, il prezzo più alto mai pagato in una guerra, e denuncia l’assenza di testimoni liberi che possano garantire una narrazione equilibrata.

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