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Processo Hydra, il testimone contro i Nicastro: “A Busto la gente ha ancora paura”

L'uomo, titolare di alcuni locali e oggi testimone di giustizia inserito in un programma di protezione, ha deposto dietro un paravento. La sua è una testimonianza particolarmente rilevante anche perché, in questo procedimento, rappresenta l'unica vittima costituitasi parte civile dopo aver denunciato le minacce e le violenze subite

5 Novembre 2026
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La corte d'assise di Milano

La Corte d'Assise di Milano | Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Le minacce di morte, le aggressioni e un pestaggio durato circa mezz’ora. È il racconto portato in aula a Milano da un imprenditore di Busto Arsizio, nel Varesotto, che ha scelto di denunciare i presunti comportamenti intimidatori dei fratelli Nicastro e del figlio di uno di loro. L’uomo, titolare di alcuni locali e oggi testimone di giustizia inserito in un programma di protezione, ha deposto dietro un paravento nel maxi processo Hydra, che indaga sul presunto accordo tra ‘ndrangheta, Cosa Nostra e camorra in Lombardia. La sua è una testimonianza particolarmente rilevante anche perché, in questo procedimento, rappresenta l’unica vittima costituitasi parte civile dopo aver denunciato le minacce e le violenze subite.

Il controllo del locale e le minacce di morte

Rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, davanti ai giudici dell’ottava sezione penale, l’imprenditore ha ricostruito i rapporti con la famiglia Nicastro, indicando il radicamento che, a suo dire, avrebbe nel territorio di Busto Arsizio. A processo ci sono Dario Nicastro, il fratello Fabio e il figlio Francesco, che per l’accusa farebbero parte della presunta alleanza tra le tre organizzazioni mafiose attraverso la componente dei “gelesi” del clan Rinzivillo.

Secondo quanto riferito dal testimone, i Nicastro avrebbero voluto ottenere il suo esercizio commerciale, dove Francesco avrebbe cercato di imporsi. L’imprenditore si sarebbe opposto alla cessione e da quel momento sarebbero iniziate le intimidazioni. Tra le frasi attribuite a Dario Nicastro, anche minacce esplicite: “Ti strozzo con le mie mani, do fuoco al locale e ti brucio vivo”. La risposta dell’uomo, che negli ultimi anni è stato uno dei pochi testimoni di giustizia in Lombardia, sarebbe stata altrettanto netta: “Io vado avanti legalmente, se non mi ammazzate vi denuncio tutti”.

Il pestaggio del maggio 2021 e il brindisi dopo le botte

La parte centrale della deposizione ha riguardato l’aggressione avvenuta nel maggio 2021. L’imprenditore ha raccontato che lo avrebbero chiuso all’interno del suo bar, rompendogli il naso e colpendolo ripetutamente con calci e pugni. La violenza, secondo la sua ricostruzione, sarebbe durata circa mezz’ora. In aula, mentre Dario e Francesco Nicastro erano presenti e liberi, il testimone non è riuscito a trattenere le lacrime: “Mi sentivo una nullità”, ha detto, ricordando anche di aver continuato a rivolgersi a Dario Nicastro con parole di sfida: “Ammazzami, perché se no ti denuncio”.

L’uomo ha descritto anche ciò che sarebbe accaduto dopo il pestaggio. Rosario Bonvissuto, imputato e indicato come un altro presunto esponente del clan, insieme agli altri presenti, avrebbe preso delle birre per brindare alla fine dell’aggressione. Successivamente Bonvissuto avrebbe sbattuto dei soldi sul bancone, dicendogli: “Hai il brutto vizio di chiedermi anche i soldi”. Nel frattempo, secondo il racconto, Dario Nicastro lo avrebbe nuovamente minacciato: “Se ci denunci ti brucio vivo nel locale”.

Ancora sanguinante, quella stessa sera l’imprenditore si sarebbe presentato dalle forze dell’ordine per denunciare quanto accaduto, prima di andare in ospedale. La deposizione ha ripercorso anche una truffa e altre aggressioni che sarebbero avvenute negli anni precedenti.

I 120mila euro per i lavori mai eseguiti e il tentativo di ritirare la denuncia

Tra gli episodi riferiti in aula c’è anche quello legato alla ristrutturazione del locale. Dopo il 2006, quando l’imprenditore si era rivolto a Fabio Nicastro per effettuare i lavori necessari ad avviare l’attività, quest’ultimo avrebbe ricevuto 120mila euro senza realizzare praticamente nulla. Il testimone ha inoltre raccontato di aver subito un’altra aggressione prima del pestaggio del 2021.

In relazione a questi fatti, Fabio Nicastro gli avrebbe chiesto di non parlarne durante il processo, avvertendolo che raccontare anche quell’episodio avrebbe peggiorato la sua situazione. Gli avrebbe inoltre proposto un accordo economico: “Noi ti diamo dei soldi, ti diamo quello che tu chiedi davanti a un avvocato”, a condizione che ritirasse la denuncia.

L’imprenditore ha riferito anche di una precedente visita nel suo esercizio commerciale, durante la quale gli sarebbe stata prospettata la vendita dell’attività per 50mila euro in contanti. “Questo posto è in vendita, ti diamo 50mila euro in contanti, pensaci, qua comandiamo noi”, sarebbe stata la proposta ricevuta. Anche in quella circostanza, però, l’uomo avrebbe rifiutato di cedere.

Le denunce e la paura dei clienti che non parlano

Le denunce presentate dall’imprenditore e dalla moglie risalgono al 2021, al 2022 e al 2025. La coppia era già stata ascoltata dai pubblici ministeri lo scorso febbraio. Nel corso dell’udienza, il testimone ha insistito più volte sulle conseguenze che, a suo giudizio, la presenza dei Nicastro continuerebbe ad avere sulla comunità locale.

“A Busto la gente ha ancora paura di loro”, ha ribadito, spiegando che le persone eviterebbero di rivolgersi alle autorità anche dopo aver subito violenze. Ha citato il caso di un cliente che sarebbe stato colpito alla testa con un bicchiere rotto e costretto a ricorrere alle cure ospedaliere, senza però denunciare l’accaduto. “Io non sono come te, io ho paura”, gli avrebbe detto l’uomo. Un altro cliente, secondo il racconto, sarebbe stato preso a calci e avrebbe riportato la rottura di alcuni denti, ma anche in quel caso non sarebbe stata presentata alcuna denuncia.

Il testimone ha descritto così un clima di intimidazione che, a suo dire, non sarebbe venuto meno: “Ancora oggi la gente ha paura a Busto di questi qua, loro vogliono comandare, la gente ancora trema quando sente il nome dei Nicastro”. Ha aggiunto che le aggressioni verrebbero compiute anche da gruppi di persone contro chi non si adegua alle loro richieste, mentre chi subisce le violenze spesso sceglie di non parlare.

Dall’arrivo in Lombardia al percorso da imprenditore

Nella prima parte della testimonianza, l’uomo ha ripercorso anche la propria storia personale. Nato a Gela, era arrivato da ragazzo in Lombardia, dove aveva incontrato difficoltà anche nel trovare una casa in affitto. “Non ci affittavano una casa perché eravamo ‘i terroni'”, ha ricordato, ricostruendo il percorso che lo ha portato, negli anni, a diventare titolare di diversi locali.

La sua presenza in aula assume un significato particolare nel quadro dei processi antimafia celebrati a Milano negli ultimi anni: non si vedeva da tempo un testimone di giustizia deporre in un procedimento di questo tipo. Al termine del racconto, l’imprenditore è tornato con la memoria alle violenze e alle conseguenze sulla propria famiglia. “Ho sempre in mente quella scena, le botte subite, la preoccupazione di mia moglie”, ha concluso.

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