La morte di Jesús de Miguel, attaccante del CD Tenerife, deceduto il 3 novembre 2026 all’età di 30 anni dopo il violento scontro con il portiere dell’FC Andorra durante la partita disputata il giorno precedente, ha profondamente colpito il mondo del calcio. Il calciatore aveva riportato un arresto cardiorespiratorio ed era stato ricoverato in terapia intensiva; il club ha poi annunciato il suo decesso. La dinamica dell’incidente ha riportato l’attenzione su uno dei temi più complessi della medicina dello sport: le conseguenze dei traumi toracici ad alta intensità sul sistema cardiovascolare.
Anche gli atleti agonisti, pur sottoponendosi a controlli medici accurati, possono essere esposti a eventi traumatici imprevedibili. Per approfondire i meccanismi clinici, la gestione dei primi minuti e i possibili esiti di questi eventi, abbiamo raccolto l’analisi del Dott. Savino Altizio, cardiologo del Cardiac Arrest Center, diretto dal Professor Alberto Zangrillo, dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.
Dottore, come può un colpo al petto provocare un arresto cardiaco anche in un atleta sano?
La premessa doverosa è che gli atleti impegnati in attività agonistica si sottopongono a uno screening concepito per individuare le principali patologie cardiache, strutturali o aritmiche, che potrebbero esporli al rischio di eventi gravi. Esistono tuttavia condizioni che possono sfuggire anche agli accertamenti più accurati. La prevenzione, per quanto importante, non può azzerare ogni rischio. Nel caso di Jesús de Miguel, il trauma toracico diretto è stato l’evento che ha preceduto l’arresto cardiorespiratorio. Un impatto sul torace può innescare un’aritmia potenzialmente fatale, come nel caso della commotio cordis, oppure provocare lesioni meccaniche al cuore o ai vasi sanguigni. Può inoltre causare complicazioni toraciche e polmonari, tra cui un pneumotorace. Sono meccanismi differenti e non è possibile stabilire la causa precisa sulla base delle sole immagini o della dinamica esterna: servono gli accertamenti clinici e medico-legali.
È possibile prevenire episodi di questo tipo attraverso i controlli medici di routine?
I controlli medici sono fondamentali per identificare cardiopatie strutturali o predisposizioni aritmiche e ridurre il rischio di morte improvvisa legata a condizioni preesistenti. Non possono però impedire le conseguenze di un impatto toracico violento e imprevedibile. In questo senso, non esiste uno screening capace di garantire protezione assoluta da un arresto cardiaco provocato da un trauma.
Dopo un violento contrasto al petto, quali segnali devono allarmare e come bisogna intervenire nell’immediato?
La prima distinzione riguarda lo stato di coscienza e la respirazione. Se l’atleta perde conoscenza e non risponde, bisogna verificare subito se respira normalmente e attivare i soccorsi chiamando il 112 o il 118, secondo l’organizzazione locale. Se non respira normalmente, o presenta soltanto respiri agonici e irregolari, bisogna presumere un arresto cardiaco e iniziare immediatamente la rianimazione cardiopolmonare, seguendo le istruzioni della centrale operativa.
È essenziale far portare un defibrillatore automatico esterno (DAE) e utilizzarlo appena disponibile, seguendone le istruzioni vocali. Se invece la persona è cosciente, dolore toracico, difficoltà respiratoria, palpitazioni, capogiri o segni di trauma importante richiedono comunque una valutazione sanitaria tempestiva. Anche quando i sintomi sembrano inizialmente modesti, un trauma toracico può richiedere accertamenti per escludere lesioni a carico di coste, polmoni o strutture cardiache.
Quanto sono decisivi i primi minuti e qual è l’importanza del defibrillatore?
La tempestività è determinante. La cosiddetta catena della sopravvivenza comincia dal riconoscimento precoce dell’arresto cardiaco e dalla chiamata immediata ai soccorsi. La rianimazione cardiopolmonare praticata dai presenti contribuisce a mantenere una circolazione minima e a limitare il danno agli organi, in particolare al cervello.
Il defibrillatore è altrettanto importante: può riconoscere i ritmi defibrillabili e, quando indicato, erogare una scarica elettrica che può interrompere l’aritmia responsabile dell’arresto. RCP e defibrillazione precoce devono proseguire in attesa dell’arrivo dell’équipe di emergenza, che assicurerà il trattamento avanzato e il successivo trasferimento in ospedale.
Quando una persona sopravvive a un arresto cardiaco di questa gravità, può riportare postumi permanenti?
La prognosi dipende da diversi fattori: la causa dell’arresto, il tempo trascorso prima dell’inizio della rianimazione, la rapidità della defibrillazione quando necessaria, la durata dell’interruzione della circolazione e l’eventuale danno agli organi. Alcune cause possono essere trattate e risolte, ma non è possibile prevedere a priori il recupero neurologico e cardiologico del singolo paziente. Un intervento tempestivo aumenta le possibilità di sopravvivenza e di recupero, ma non consente di garantire l’assenza di conseguenze. Dopo la fase acuta sono necessari un percorso diagnostico e terapeutico specialistico e una valutazione degli eventuali esiti neurologici e cardiaci. Per questo nella catena della sopravvivenza è fondamentale implementare centri ospedalieri di terzo livello idonei a trattare questo tipo di eventi e di pazienti, dotati di competenze specifiche, tecnologie avanzate e un’organizzazione dedicata, oltre a team altamente specializzati, in grado di offrire trattamenti all’avanguardia per i pazienti colpiti da arresto cardiaco.
