La terapia psicologica è arrivata soltanto a 48 anni per Elisa, dopo l’abuso sessuale subito da bambina a 8 anni. La cantautrice lo ha raccontato a Walter Veltroni nell’intervista pubblicata dal Corriere.it, spiegando di aver atteso molti anni anche prima di parlarne con sua madre.
Elisa racconta l’abuso subito da bambina a 8 anni
La scelta di rendere pubblica questa esperienza tragica dell’abuso da bambina nasce dal desiderio di aiutare altre persone che hanno subito una violenza. «Io vorrei che nessuno aspettasse a parlarne», ha affermato Elisa. «Il dolore si deve nominare per processarlo. Una persona abusata non ha mai nessuna colpa».
Il percorso psicologico la sta aiutando a non colpevolizzarsi e a dare una collocazione diversa ai traumi. Nel suo racconto, l’abuso durante l’infanzia ha compromesso la fiducia negli altri e nella capacità degli adulti di proteggere i bambini. La volontà di contrastare il senso di colpa riguarda ragazze, donne e ragazzi: un impegno che porta avanti anche sostenendo il movimento di donne «Una, nessuna centomila», che ha contribuito a fondare.
Kintsugi, il disco e il film nati dalla crisi personale
Il racconto passa attraverso Kintsugi, titolo condiviso dal mediometraggio presentato in questi giorni e dal nuovo album, in vendita dal 27 novembre. Il progetto unisce musica, danza e scrittura ed è nato dal bisogno di descrivere una crisi vissuta come persona, senza la protezione del ruolo di artista.
Il cambiamento comprende la separazione dal marito, avvenuta a settembre dell’anno scorso dopo diciassette anni insieme. Hanno due figli, lavorano insieme e hanno mantenuto riservata la rottura per mesi. Per Elisa era un legame che non aveva mai immaginato di chiudere: la fine del rapporto l’ha spinta a porsi domande che prima non aveva affrontato.
La difficoltà aveva investito anche il lavoro. «A un certo punto ho pensato anche di ritirarmi, di farmi una nicchia al riparo del mondo». Non riusciva a scrivere materiale nuovo perché non voleva affrontare alcune verità; la decisione di farlo le ha restituito energia e libertà personale e creativa.
I testi dei monologhi provengono dai suoi diari personali, che scrive dalla quinta elementare e conserva in grandi bauli. Aprendoli, ha riempito la casa di quaderni. Nel percorso ha trovato spazio anche l’amore per la danza, non più nascosto e vissuto come una cura. Il titolo richiama la disciplina giapponese che ripara gli oggetti senza occultarne le rotture, valorizzandole.
Le ferite dell’infanzia e il rapporto con l’autostima dopo l’abuso subito da Elisa da bambina
Il successo artistico non ha cancellato le difficoltà interiori. Elisa ha venduto milioni di dischi nel mondo, ha vinto il Festival di Sanremo e ha cantato per Morricone in un film di Tarantino. Ma le ferite dell’infanzia, tra cui l’abuso subito da bambina, ha spiegato Elisa, l’hanno fatta crescere con poca autostima e con la difficoltà di riconoscersi un valore.
Alla storia dell’abuso si aggiungono i traumi legati alla figura paterna. Da bambina si è sentita rifiutata: un’esperienza che, nel suo racconto, ha condizionato anche la vita sentimentale e il modo di affrontare piccoli rifiuti nel presente.
Tra i ricordi familiari c’è il nonno, partigiano che aveva partecipato alla Resistenza ed era tornato da Buchenwald pesando la metà di quando era partito. Non parlava mai di quel periodo. Per la cantautrice, invece, scrivere serve a conservare la memoria della propria vita e a comprendere meglio anche i figli.
La pressione del giudizio e la qualità del tempo
Elisa lega il problema dell’autostima anche alla pressione sociale a mostrarsi, essere giudicati e ottenere risultati. La definisce «una specie di Covid silenzioso» e critica un modello di vita sempre accelerato. Nei ragazzi vede invece la difesa della qualità del tempo e la consapevolezza che successo e vita non coincidono.
La riflessione comprende la dipendenza dalla visibilità sulle reti sociali e la confusione tra relazioni virtuali e reali. Alla cultura, alla conoscenza e alla consapevolezza attribuisce una funzione di difesa: «La cultura sveglia, impedisce di farsi addormentare».
Alla domanda sulla pace ritrovata, la risposta riguarda la possibilità di lasciare liberi i pensieri, senza autocensure: «La consapevolezza dei dolori vissuti, il saperli nominare, ti rende più forte di fronte alle prossime sfide».
