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“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, perché il film di Petri è ancora attuale

Alle 21.10 su Rai Movie torna il capolavoro del 1970 con Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan. Un film sul potere, sull'impunità e sulla fragilità delle istituzioni che, a oltre cinquant'anni dall'uscita, continua a interrogare il presente.

29 Ottobre 2026
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"Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto", perché il film di Petri è ancora attuale

Credits via X

Ludovica Bartolini di Ludovica Bartolini

Nata a Napoli nel 2002, ho conseguito una laurea in Arti, Spettacolo ed Eventi Culturali e una in Journalism and Multimedia Communication. Mi occupo di cultura, cinema e spettacolo

Ci sono film che resistono al tempo perché raccontano una storia e altri che continuano a parlarci perché mettono in discussione il mondo in cui viviamo. “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri appartiene a questa seconda categoria. In onda stasera, giovedì 29 ottobre, alle 21.10 su Rai Movie, il film del 1970 con Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan torna a confrontarsi con una questione che attraversa la storia delle istituzioni: chi controlla chi detiene il potere?

Il protagonista, conosciuto soltanto come “il Dottore”, è il capo della sezione omicidi della polizia. Proprio nel giorno in cui viene promosso a dirigere l’ufficio politico della questura, uccide la propria amante, Augusta Terzi, interpretata da Florinda Bolkan. Convinto di essere intoccabile, lascia sulla scena del delitto indizi che potrebbero ricondurre a lui. Eppure, nonostante le prove, i colleghi non sembrano riuscire a riconoscere la sua responsabilità.

Da questa premessa prende forma un’opera che supera i confini del giallo per trasformarsi in un’indagine sulla natura del potere, sulla subordinazione degli individui all’autorità e sulla possibilità che un sistema finisca per proteggere chi dovrebbe giudicare.

Il potere che si sottrae alle regole

Il film di Petri non costruisce la tensione attorno al dubbio sull’identità dell’assassino: lo spettatore conosce fin dall’inizio il responsabile. La vera domanda è un’altra: perché nessuno sembra in grado di fermarlo?

Il Dottore non agisce soltanto nella convinzione di poter evitare le conseguenze delle proprie azioni. Sembra voler dimostrare che la sua posizione lo rende immune da qualsiasi sospetto. Il suo comportamento diventa così un esperimento sul funzionamento dell’autorità: non è sufficiente commettere un crimine, occorre anche verificare fino a che punto il ruolo istituzionale possa neutralizzarne le conseguenze.

L’aspetto più inquietante è che l’impunità non dipende esclusivamente dalla volontà del protagonista. A renderla possibile è anche l’incapacità dell’apparato di riconoscere ciò che ha davanti. Il potere si trasforma in una protezione che precede persino la necessità di difendersi: il Dottore può lasciare indizi perché è convinto che nessuno saprà, o vorrà, interpretarli.

È questo il nucleo politico del film. Petri mette in scena un sistema nel quale l’autorità non è più soltanto uno strumento per applicare la legge, ma può diventare un ostacolo alla ricerca della verità.

L’Italia del 1970 e la paura delle istituzioni

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” arriva nelle sale italiane nel febbraio 1970, in una fase di forti tensioni sociali e politiche. Il Paese è attraversato dalle mobilitazioni operaie e studentesche, dalle contestazioni e da un crescente clima di conflitto. La strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969, aveva ulteriormente alimentato interrogativi e inquietudini sul rapporto tra sicurezza, apparati dello Stato e trasparenza delle istituzioni.

Il film nasce dentro questo contesto, ma non si limita a riprodurne le contrapposizioni. Petri costruisce una rappresentazione grottesca e disturbante del potere, mettendo al centro un funzionario che incarna contemporaneamente l’autorità pubblica e la sua degenerazione.

La figura del Dottore diventa così più grande del singolo personaggio. Non è soltanto un uomo che abusa della propria posizione, ma il simbolo di una struttura che rischia di confondere la difesa dell’istituzione con la difesa di chi la rappresenta.

La scelta di non attribuire al protagonista un nome proprio rafforza questa dimensione. Il personaggio è identificato attraverso il suo ruolo, quasi che la funzione pubblica abbia assorbito completamente la sua individualità. È il Dottore perché è il potere che esercita a definirlo, e proprio da quella posizione ricava la convinzione di poter sfuggire al giudizio.

Gian Maria Volonté, un personaggio tra ossessione e arroganza

La prova di Gian Maria Volonté è uno degli elementi centrali della forza del film. L’attore costruisce il protagonista attraverso una recitazione tesa, gesti esasperati, espressioni rigide e improvvise esplosioni di violenza. Il risultato è un personaggio che oscilla continuamente tra il controllo di chi è abituato a comandare e la fragilità di chi teme di perdere la propria autorità.

Volonté preparò meticolosamente il ruolo, ricorrendo anche a un espediente fisico per rendere più duri i lineamenti del volto: inseriva carta igienica arrotolata tra la gengiva e l’interno del labbro superiore. Un dettaglio che racconta l’attenzione con cui l’attore lavorava sulla trasformazione del proprio corpo per dare consistenza psicologica ai personaggi.

Accanto a lui, Florinda Bolkan interpreta Augusta Terzi, una figura che non rimane confinata alla funzione di vittima. Il suo rapporto con il protagonista contribuisce a mettere a nudo le contraddizioni dell’uomo e il legame tra desiderio personale, umiliazione e abuso del potere.

La regia di Petri alterna realismo, deformazione e grottesco. Anche la colonna sonora di Ennio Morricone partecipa a questa costruzione: le sue sonorità, riconoscibili e spiazzanti, accompagnano la nevrosi del protagonista e rendono ancora più instabile il confine tra razionalità e ossessione.

Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971 e il Grand Prix speciale della giuria al Festival di Cannes. È inoltre il primo capitolo della cosiddetta “trilogia della nevrosi” di Petri, proseguita con “La classe operaia va in paradiso” nel 1971 e “La proprietà non è più un furto” nel 1973.

Perché “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” parla ancora al presente

A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, il film conserva la capacità di porre domande che non appartengono soltanto all’Italia degli anni Settanta. La sua attualità non consiste nel prevedere eventi contemporanei, ma nell’individuare un problema strutturale: nessuna istituzione può essere considerata immune dal rischio di abuso quando il potere non è accompagnato da controlli efficaci e responsabilità verificabili.

Il tema riguarda il rapporto tra autorità e cittadini, ma anche la fiducia nella giustizia e nella possibilità che le regole siano applicate a tutti. Quando una persona in posizione di comando viene considerata inattaccabile, la questione non riguarda più soltanto la sua condotta individuale. Riguarda il funzionamento del sistema che dovrebbe impedirle di trasformare il proprio ruolo in un privilegio.

Petri racconta inoltre un meccanismo particolarmente insidioso: la tendenza a confondere l’autorevolezza con l’infallibilità. Il Dottore viene protetto non perché abbia dimostrato la propria innocenza, ma perché il suo ruolo sembra renderlo, agli occhi degli altri, incapace di commettere un errore. La posizione sociale diventa così una lente attraverso cui vengono interpretati i fatti, fino a impedire che le evidenze producano conseguenze.

Il film invita a rovesciare questa prospettiva: nessuno dovrebbe essere al di sopra del sospetto soltanto perché occupa una posizione di potere. Al contrario, è proprio l’esercizio dell’autorità a rendere necessari controlli, garanzie e strumenti di responsabilità.

Il finale e la lezione di Kafka

La conclusione del film lascia lo spettatore davanti a una domanda irrisolta. Quando i vertici della polizia arrivano per affrontare il caso, Petri interrompe il racconto e affida l’ultima parola a una citazione di Franz Kafka tratta da “Il processo”: “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”.

È un finale che non offre una soluzione rassicurante. La legge appare contemporaneamente come un principio che dovrebbe proteggere tutti e come un apparato capace di sottrarre chi la rappresenta al giudizio degli altri.

La forza di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” sta proprio nella sua capacità di non chiudere la questione. Il film non suggerisce che ogni istituzione sia necessariamente corrotta, ma mette in guardia dal momento in cui l’autorità smette di essere sottoposta a verifica e pretende di giustificare se stessa.

È per questo che rivederlo oggi non significa soltanto recuperare un classico del cinema italiano. Significa tornare a una domanda essenziale per qualsiasi società democratica: chi vigila su chi ha il potere di vigilare sugli altri?

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