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Netanyahu avrebbe chiesto a Trump un nuovo attacco all’Iran

Secondo la CNN, il presidente statunitense avrebbe escluso nuove operazioni fino alle elezioni per il Congresso, previste la prossima settimana.

26 Ottobre 2026
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Netanyahu avrebbe chiesto a Trump un nuovo attacco all'Iran

Netanyahu avrebbe chiesto a Trump un nuovo attacco all'Iran | Shutterstock

Ludovica Bartolini di Ludovica Bartolini

Nata a Napoli nel 2002, ho conseguito una laurea in Arti, Spettacolo ed Eventi Culturali e una in Journalism and Multimedia Communication. Mi occupo di cultura, cinema e spettacolo

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe cercato nelle ultime settimane di convincere Donald Trump a riprendere gli attacchi contro l’Iran. Lo ha riferito lunedì la CNN, confermando quanto già riportato dal Financial Times: il presidente statunitense avrebbe escluso nuove operazioni fino alle elezioni per il Congresso della prossima settimana. La richiesta avrebbe riaperto la guerra avviata dai due leader a febbraio.

Le indiscrezioni su un possibile attacco all’Iran arrivano prima delle elezioni israeliane di martedì, con la coalizione di estrema destra del premier leggermente indietro nei sondaggi.

Il presunto contrasto con il capo di stato maggiore

Secondo Channel 12, Netanyahu e il capo di stato maggiore delle forze armate, il tenente generale Eyal Zamir, si sarebbero scontrati nei giorni scorsi su una direttiva militare. Il provvedimento, del quale non sono stati precisati i dettagli, avrebbe potuto provocare un errore di valutazione iraniano e «potenzialmente scatenare un conflitto immediato con l’Iran in un momento molto delicato». Zamir avrebbe chiesto di riceverlo per iscritto.

Netanyahu ha smentito il resoconto. Il ministero della Difesa ha successivamente negato qualsiasi intenzione di condurre operazioni militari contro l’Iran. Le forze armate israeliane (IDF), in una dichiarazione di lunedì che non conteneva una smentita esplicita delle indiscrezioni, hanno affermato che le proprie decisioni si basano esclusivamente su «considerazioni di sicurezza, professionali, oggettive e nazionali».

Gadi Eisenkot, generale in congedo, leader del blocco d’opposizione e più probabile sfidante del premier, ha espresso fiducia in Zamir: «Non permetteremo che le IDF vengano trasformate in una pedina nella campagna di sopravvivenza di Netanyahu».

La minaccia nucleare nella campagna elettorale

Netanyahu ha presentato agli elettori la scelta fra la propria conferma e il rischio di annientamento nucleare. In un messaggio sui social sul programma nucleare iraniano ha scritto: «Chiunque abbia a cuore la propria esistenza fisica, quella della propria famiglia e dei propri cari dovrebbe avere la mano tremante prima di votare per [l’opposizione]».

Gli avvertimenti contrastano con le valutazioni espresse dopo le guerre contro l’Iran dell’anno scorso e di questa primavera. A marzo il premier aveva affermato che gli attacchi israeliani e statunitensi avevano distrutto la capacità iraniana di arricchire l’uranio e produrre missili balistici. Nel 2025 aveva rivendicato una «vittoria storica», destinata a durare per generazioni.

A Channel 14, emittente che sostiene il premier, Netanyahu ha dichiarato: «C’è un’unica questione fondamentale: la nostra esistenza». Ha descritto il blocco rivale come la «sinistra», alleata dei palestinesi e nemica del paese: «Vediamo cosa sta succedendo in Europa. L’alleanza tra la sinistra e l’Islam potrebbe distruggere lo Stato di Israele».

I sondaggi non assegnano una maggioranza

La maggior parte dei sondaggi indica che il blocco prevalentemente di centrodestra guidato da Eisenkot potrebbe ottenere più seggi della coalizione di governo nella Knesset. Nessuno dei due schieramenti raggiungerebbe però i 61 seggi necessari per una maggioranza.

L’opposizione potrebbe probabilmente formarla con i partiti che rappresentano i palestinesi con cittadinanza israeliana, circa un quinto della popolazione. I conservatori del blocco hanno però escluso questa alleanza: restano così possibili un governo di minoranza, nuove elezioni e un ritorno di Netanyahu. I palestinesi dei territori occupati non hanno diritto di voto.

I principali partiti d’opposizione sono di destra o centrodestra, condividono il rifiuto del premier alla creazione di uno Stato palestinese e hanno largamente sostenuto la guerra a Gaza. Alcuni leader escludono qualsiasi intesa politica con i partiti palestinesi israeliani, che potrebbero risultare decisivi per gli equilibri parlamentari.

A unire il blocco è soprattutto l’opposizione a Netanyahu, protagonista della politica israeliana negli ultimi tre decenni. Il premier ha cercato di limitare l’indipendenza della magistratura e di trasformare la polizia e il servizio di sicurezza interno, Shin Bet, in strumenti politici. È inoltre sotto processo per accuse di corruzione; la perdita del potere potrebbe accrescere i suoi rischi giudiziari.

Il sostegno di Trump e il richiamo della banca centrale

Netanyahu ha insistito anche sull’appoggio di Donald Trump, che domenica lo ha rinnovato sui social: «Quando andrete alle urne, ricordate che Bibi è stato uno straordinario primo ministro guerriero!». Secondo Walla News, il nuovo sostegno pubblico sarebbe arrivato dopo insistenti pressioni dell’ufficio del premier.

Il premier ha anche prospettato un crescente isolamento finanziario e la prossima fine di miliardi di dollari di aiuti militari annuali statunitensi. Un anno fa aveva ipotizzato che Israele dovesse diventare una «super Sparta» militarizzata, per poi ridimensionare quelle parole dopo le forti critiche dell’opinione pubblica. Il ritorno a questa retorica segue le sconfitte inattese di alleati di estrema destra in Serbia e Brasile.

La ripetuta affermazione che Israele potrebbe usare le criptovalute per aggirare le crescenti sanzioni internazionali ha provocato domenica sera un raro richiamo pubblico della Bank of Israel: «Le criptovalute non possono essere uno strumento per aggirare le sanzioni. La strada giusta per l’economia israeliana è mantenere le relazioni economiche con i nostri principali partner commerciali e concentrarsi sulla prevenzione delle sanzioni e del loro impatto negativo sull’economia».

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