Una vasta area di bassa pressione tra 15 e 50 chilometri sopra l’Artico può influenzare anche l’inverno in Italia: è il vortice polare stratosferico, al centro delle valutazioni di fine ottobre sull’inverno 2026-27. Le prime nevicate sono arrivate sulle catene montuose, ma non è ancora possibile stabilire con certezza se questa struttura si romperà durante la stagione.
Il vortice polare si intensifica in autunno, settimana dopo settimana, quando il Sole scompare dal Polo Nord e l’aria a quelle quote si raffredda notevolmente. Il suo comportamento può contribuire a determinare un inverno mite e umido oppure condizioni favorevoli alle irruzioni fredde. Il collegamento con il tempo al suolo, però, non è automatico.
Un vortice polare compatto favorisce le correnti atlantiche
Quando rimane forte e compatto, il vortice trattiene l’aria gelida sopra l’Artico. Contemporaneamente alimenta intensi venti occidentali, che si propagano verso gli strati più bassi dell’atmosfera e portano aria atlantica mite e umida.
In Italia questa configurazione tende a favorire una circolazione più occidentale, con il possibile passaggio di perturbazioni atlantiche e l’afflusso di aria relativamente mite, soprattutto al Centro-Nord. Le nevicate interessano più facilmente le montagne, ma la quota neve dipende dalle caratteristiche di ciascuna perturbazione.
Molti inverni degli ultimi anni hanno registrato piogge abbondanti, temporali e temperature spesso ben superiori alla media, con la neve al massimo sulle montagne di media quota. Da qui nascono le domande su una stagione nuovamente grigia, umida e fangosa oppure segnata da nevicate significative.
Un vortice indebolito, spostato o diviso può invece rendere il sistema più instabile e aumentare la probabilità che l’aria fredda avanzi verso sud. Nei casi estremi può raggiungere direttamente l’Europa centrale e persino il Mediterraneo. L’Italia può essere coinvolta soltanto in determinate configurazioni: molto dipende dalla risposta della circolazione atmosferica alle quote inferiori.
Il riscaldamento stratosferico e la divisione del vortice
Nei forum meteorologici e sulle reti sociali ricorrono le espressioni collasso e indebolimento del vortice. Questi fenomeni sono spesso associati a un riscaldamento stratosferico improvviso: in pochi giorni la temperatura nella stratosfera può aumentare di 30, 40 o persino 50 gradi. Anche i venti a quelle quote possono invertire la direzione, passando da ovest a est.
Gli scenari tipici sono due. Nel caso dello spostamento, l’intera struttura viene allontanata dalla posizione sopra il Polo Nord, per esempio verso la Siberia o l’Europa. Nel caso della divisione del vortice, invece, la struttura si separa in due parti, talvolta persino in tre. Quest’ultima configurazione è particolarmente rilevante perché le ondate di freddo possono distribuirsi su più continenti.
La divisione non implica una nevicata il giorno successivo. Per avere effetti sul tempo, il disturbo deve propagarsi dall’alto verso il basso e raggiungere la troposfera, lo strato atmosferico nel quale si verificano i fenomeni meteorologici. Il processo richiede generalmente da due a sei settimane.
Neppure questo passaggio è garantito: non tutti gli episodi di riscaldamento stratosferico producono conseguenze al suolo. Una stima indicativa colloca gli episodi con questi effetti in circa due casi su tre.
Le possibilità per l’inverno 2026-27
Una conseguenza tipica è una fase negativa dell’oscillazione nord-atlantica, indicata con la sigla NAO. Questa configurazione presenta un’alta pressione alle latitudini settentrionali, blocchi atmosferici sulla Scandinavia o sulla Groenlandia e correnti che possono improvvisamente arrivare da nord o da est.
I grandi episodi di riscaldamento stratosferico si verificano in media circa sei volte per decennio, soprattutto a gennaio e febbraio. Gli eventi precoci di dicembre sono meno frequenti, ma possibili. Alla fine di ottobre, dunque, non si può affermare con certezza che il vortice si romperà nel corso dell’inverno.
Alcuni fattori possono fornire indicazioni: la QBO, ossia un’inversione periodica dei venti nella stratosfera tropicale, oppure un intenso episodio di El Niño nel Pacifico. Sono elementi da considerare, non la conferma di un esito già definito per la stagione.
Se il vortice rimarrà stabile, l’inverno dovrebbe essere generalmente mite e umido. Una sua destabilizzazione nel cuore della stagione aumenterebbe invece sensibilmente le possibilità di un’ondata di freddo intenso, con neve e gelate.
