Le misure interdittive che avevano sospeso per dieci mesi tre dottoresse indagate dalla Procura di Ravenna sono state annullate con rinvio a giudizio dalla Corte di Cassazione. La decisione è arrivata dopo l’udienza di venerdì 9 ottobre, a seguito dei ricorsi presentati dagli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro.
Le sanitarie sono indagate per aver rilasciato certificati di non idoneità ai Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Il pronunciamento della Cassazione riguarda le misure cautelari ai danni di queste dottoresse. L’inchiesta avviata dalla pm Angela Scorza è ancora in corso.
L’inchiesta di Ravenna e i certificati di non idoneità
L’indagine della Procura di Ravenna è iniziata nel luglio 2025, coinvolgendo inizialmente otto medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino con l’accusa di falso ideologico continuato e l’interruzione di pubblico servizio.
Le visite effettuate tra settembre 2024 e gennaio 2026, prima di un eventuale trasferimento nei Cpr, avevano portato a giudicare non idonee 34 persone su 64. Secondo gli inquirenti, alcuni certificati sarebbero stati falsificati per impedire il trattenimento dei migranti. L’inchiesta si è poi estesa: le perquisizioni del 16 settembre hanno riguardato 23 sanitari in diverse città italiane.
Tra gli indagati c’è anche Nicola Cocco, infettivologo ed esponente della rete Mai più lager – No Cpr, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla produzione dei certificati. Per la Procura, avrebbe rappresentato un punto di riferimento per una rete nazionale di medici.
“Il nostro obiettivo era quello di promuovere una campagna di sensibilizzazione sulla patogenicità dei Cpr, in quanto centri in cui vengono sistematicamente violati i dirtti umani”, ha sostenuto Cocco, respingendo le accuse.
La tutela della salute e la verifica delle certificazioni
La patogenicità indica la capacità di un ambiente o di determinate condizioni di provocare o aggravare uno stato di malattia. Un problema che riguarda anche i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), dove la tutela della salute fisica e mentale delle persone trattenute è stata più volte al centro di denunce e inchieste giornalistiche.
Tra queste, “Gorgo Cpr”, realizzata dal giornalista Luca Rondi insieme a Lorenzo Figoni, che ha portato alla luce le criticità legate all’assistenza sanitaria all’interno delle strutture. Attraverso l’analisi della documentazione relativa alla richiesta e alla somministrazione di psicofarmaci, il lavoro giornalistico di Altreconomia ha portato alla luce un utilizzo eccessivo di questi medicinali, che, secondo gli autori, verrebbero impiegati per sedare i trattenuti e “renderli più docili”.
“I Cpr? Luoghi patogeni anche per l’Oms”
La questione riguarda anche la responsabilità dei medici chiamati a valutare l’idoneità delle persone al trattenimento. Il giuramento di Ippocrate, alla base dell’etica medica, richiama infatti il dovere di tutelare la salute del paziente e di non arrecargli danno. A sollevare l’interrogativo sul fatto che questo principio mal si possa conciliare con la permanenza in strutture che violano i diritti umani è Nicola Cocco, che in un’intervista a “MilanoToday” afferma: “Se questi luoghi sono patogeni, come è sancito dalla letteratura internazionale, dalla stessa Oms, come può un medico considerare idonea una persona a finire in quei posti? Tanto più se ha problemi di salute“.
Le preoccupazioni trovano effettivamente riscontro anche nei documenti dell’Organizzazione mondiale della sanità: nel 2022 aveva denunciato gli effetti dannosi della detenzione amministrativa dei migranti, sottolineando come la permanenza in queste strutture possa compromettere la salute mentale, con conseguenze gravi che persistono anche dopo il rilascio.
