Il caso di peste a Irkutsk, in Siberia, dopo la morte di una ricercatrice di 28 anni non richiede una vera emergenza, secondo il virologo Pasquale Ferrante, docente di Microbiologia all’università degli Studi di Milano. La giovane lavorava in un laboratorio anti-peste ed è morta a seguito di una grave polmonite.
La possibilità che la Russia si prepari a una guerra batteriologica attraverso la peste è un’ipotesi che il docente considera difficile. Ferrante si è detto «stupito» per il «clamore» suscitato dalla peste in Siberia: «Mi ha molto sorpreso che si ipotizzi un rischio per la peste», fino a prospettare un possibile impiego come arma biologica.
Per valutare il caso della ricercatrice, il virologo richiama l’eventuale comparsa di altre infezioni: «In caso di peste polmonare forse qualcun altro si sarebbe ammalato e lo avremmo già visto». Anche alla luce degli esiti delle quarantene, la sua indicazione è limitata al controllo sanitario: «Se proprio vogliono stare attenti, basta un po’ di sorveglianza».
Il batterio e le cure antibiotiche
La disponibilità di antibiotici capaci di uccidere il batterio è il punto centrale della valutazione di Ferrante. Il docente descrive la Yersinia pestis come un batterio che vive con gli animali, soprattutto topi e ratti, si moltiplica nelle loro pellicce e occasionalmente passa all’uomo, provocando disturbi. I casi esistono ancora, ma per il virologo oggi le terapie consentono di affrontare l’infezione.
Il docente distingue almeno due forme della malattia: la peste bubbonica e quella polmonare, che indica come la più grave. Il suo richiamo alle cure disponibili riguarda una malattia che, ricorda, è stata tra i maggiori fattori infettivi nell’evoluzione della specie umana.
Nel ripercorrerne la storia, Ferrante cita la peste Giustiniana, la peste Antonina e altre epidemie. La più importante, nella sua ricostruzione, fu la «peste nera», associata alla morte nera: cominciò all’incirca nel 1345-1346, terminò nel 1350 e provocò la morte di almeno un terzo della popolazione europea.
La presenza della malattia negli Stati Uniti e in Africa
Gli Stati Uniti sono tra i Paesi nei quali la peste è ancora presente, sottolinea Ferrante. Il virologo richiama gli Stati del Sud, indicando soprattutto Colorado, New Mexico e Arizona, ma anche California e Oregon.
Secondo il docente, i casi si verificano principalmente nelle aree che ospitano le riserve dei nativi americani. Ferrante collega questa distribuzione al maggiore contatto con la natura e alla possibile carenza di assistenza sanitaria. In questa parte del Paese indica ogni anno un minimo di 7-8 casi, con massimi di 17 casi nel 2006 o nel 2015; quelli letali, precisa, sono stati meno.
Tra i Paesi più frequentemente colpiti cita il Madagascar, il Congo e altri Paesi africani limitrofi, pur senza epidemie gravi. Anche dove la malattia è endemica, descrive una presenza costante senza un’acutizzazione tale da determinare incrementi.
Il richiamo di Ferrante è a evitare il panico: i casi riportati dall’Oms, osserva, «raramente superano i mille a livello globale». Quanto all’Europa, il virologo precisa che «in questo momento non ci viene riportato nessun caso».
