La Corte d’Assise di Chieti ha condannato Antonio Mancini, 70 anni, all’ergastolo con due mesi di isolamento diurno, esattamente un anno dopo l’uccisione della moglie Cleria a Lettomanoppello, in provincia di Pescara. La donna è stata raggiunta da due colpi di pistola il 9 ottobre 2025, mentre si trovava in strada con il nipote di 12 anni. La decisione conclude il giudizio di primo grado.
La pm Giuliana Rana aveva chiesto il massimo della pena al termine della requisitoria. Il collegio, presieduto da Guido Campli e con Luca De Ninis come giudice a latere, ha disposto anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interdizione legale e la decadenza dalla responsabilità genitoriale.
Il femminicidio Cleria Mancini e l’arresto a Turrivalignani
Il femminicidio di Lettomanoppello è avvenuto nel pomeriggio del 9 ottobre 2025 in Largo Assunta, nel centro del paese. Cleria Mancini, 66 anni, stava passeggiando con il nipote quando il marito l’ha raggiunta a bordo di un triciclo elettrico. La donna viveva separata da lui da circa cinque anni.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Mancini aveva con sé una pistola calibro 9 e ha esploso due colpi contro la moglie. Un proiettile ha raggiunto Cleria al polmone sinistro, penetrando poi nel cuore. La donna è morta sul posto nonostante l’intervento dei soccorritori. Il nipote, che si trovava accanto a lei, è rimasto illeso.
Mancini si è poi allontanato e ha raggiunto la vicina Turrivalignani. È entrato in un locale, ha minacciato alcune persone e ha sparato altri colpi, colpendo anche un’automobile parcheggiata all’esterno. I carabinieri sono riusciti a bloccarlo e ad arrestarlo. L’arma utilizzata risultava rubata nel 2011 a un agente della polizia penitenziaria.
La versione dell’imputato e gli atti del processo
Le indagini hanno accertato che, prima dell’omicidio, Mancini aveva avuto un violento litigio con il figlio Camillo. Durante un interrogatorio del marzo 2026, l’imputato ha raccontato di aver recuperato una pistola nascosta in un terreno vicino alla propria abitazione, sostenendo di voler soltanto intimidire il figlio.
“Mi sono fatto venti bicchierini di grappa, i colpi mi sono partiti per sbaglio“, aveva dichiarato agli inquirenti. Mancini ha sempre negato di aver voluto uccidere la moglie e ha sostenuto di non ricordare esattamente l’accaduto. La sua versione è stata confrontata con le testimonianze e con le immagini delle telecamere di sorveglianza, che hanno ripreso l’aggressione.
Il figlio: “Sono oltre dieci anni che denunciavo quella pistola, tutti lo sapevano”
Il figlio Camillo, dopo il femminicidio, aveva denunciato pubblicamente di aver segnalato più volte la presenza dell’arma in possesso del padre. “Sono oltre dieci anni che denunciavo quella pistola, tutti lo sapevano“, aveva dichiarato al quotidiano Il Centro.
I due figli e i nipoti della vittima si sono costituiti parte civile nel procedimento. La difesa, rappresentata dall’avvocata Alessandra Supino, aveva chiesto una valutazione delle condizioni psichiatriche dell’imputato.
La Corte aveva disposto il 30 settembre 2026 una perizia psichiatrica, affidandola a Ildo Polidoro. L’incarico prevedeva l’accertamento della capacità di intendere e di volere di Mancini al momento dell’omicidio e della sua eventuale pericolosità sociale.
