Le pensioni dell’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri (Enpam) saranno rivalutate a novembre 2026, con il pagamento degli arretrati maturati nei primi dieci mesi dell’anno. L’adeguamento non sarà uguale per tutti: il regolamento prevede percentuali diverse in base all’importo del trattamento, come avviene per la rivalutazione Inps legata all’inflazione.
Il consiglio di amministrazione della Fondazione Enpam aveva approvato la rivalutazione il 29 gennaio. Il via libera definitivo è arrivato però soltanto a settembre, dopo la conclusione delle verifiche dei ministeri coinvolti.
Le gestioni interessate dalla rivalutazione
Secondo i dati della Fondazione, alla fine di dicembre 2025 i medici e gli odontoiatri titolari di pensione, insieme ai superstiti iscritti alle gestioni previdenziali dell’ente, erano 184.021. A questa platea si aggiunge la quota dei professionisti ancora in attività.
L’intervento sulle pensioni Enpam riguarda soprattutto il Fondo di previdenza generale. Ne fanno parte la Quota A, ossia la componente di base alla quale sono iscritti tutti i medici e gli odontoiatri, e la Quota B, legata all’attività libero-professionale. Il primo gruppo contava circa 184mila iscritti a fine 2025. Ciascun titolare può percepire una pensione composta da più gestioni differenti.
Sono interessati anche i trattamenti del Fondo della medicina convenzionata e accreditata, destinato ai professionisti che hanno lavorato in convenzione o in regime accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale. Vi rientrano, per esempio, i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, i medici di continuità assistenziale e di emergenza territoriale, gli specialisti ambulatoriali o esterni.
Le percentuali applicate e la soglia annua
Per l’anno in corso, l’indice Istat di riferimento è pari al +1,4%. Il regolamento dell’ente non riconosce però l’intero valore dell’inflazione: l’adeguamento copre il 75% dell’indice fino a quattro volte il trattamento minimo Inps, corrispondenti a 31.816,20 euro annui. Sulla parte superiore a questo limite, la quota riconosciuta scende al 50%.
L’incremento effettivo è quindi dell’1,05% entro la soglia e dello 0,70% sulla sola parte eccedente. La rata che comprenderà il recupero delle somme pregresse sarà più alta delle altre proprio per l’aggiunta degli arretrati, già rivalutati.
Le simulazioni per gli importi lordi
Le simulazioni del Messaggero indicano, per un trattamento di 20mila euro lordi annui, un aumento ipotetico di 210 euro lordi. Distribuito sulle tredici mensilità, l’incremento sarebbe di 16,15 euro lordi per rata, con arretrati pari a 161 euro lordi.
Per una pensione di 30mila euro lordi annui, il quotidiano calcola un aumento di 315 euro lordi, indicando circa 24,43 euro per ciascuna mensilità e un recupero pregresso di 242 euro.
Nel caso di un trattamento da 40mila euro lordi annui, il Messaggero quantifica invece in 8.183,80 euro la parte oltre il limite, sulla quale si applica la percentuale ridotta. L’incremento lordo complessivo toccherebbe così i 391 euro.
Gli importi rivalutati e gli arretrati saranno accreditati automaticamente, senza presentare istanze specifiche all’ente. Le somme visibili sul cedolino sono lorde: le trattenute fiscali ridurranno l’importo netto effettivamente corrisposto.
