La lattuga iceberg è stata collegata al più grande focolaio di ciclosporiasi mai registrato negli Stati Uniti, nel 2026. Da questo episodio parte la critica di Tamar Haspel, giornalista del Washington Post specializzata in alimentazione e agricoltura, che il 24 agosto scorso ha messo in discussione uno degli alimenti più comunemente associati a una dieta salutare. La sua provocazione è esplicita: «Perché dovremmo smettere di mangiare lattuga, Cyclospora o meno».
Le poche calorie, l’acqua, le fibre e le vitamine hanno reso la lattuga una delle basi più richieste per insalate e contorni. Haspel propone però di valutarla considerando anche le contaminazioni, gli sprechi, il terreno occupato e le emissioni. Non è una raccomandazione sanitaria: la stessa autrice ammette di continuare a mangiarla.
Il focolaio di ciclosporiasi e il consumo a crudo
La Cyclospora cayetanensis è un parassita che si diffonde attraverso materiale fecale umano e può contaminare l’acqua e gli alimenti. Provoca la ciclosporiasi, un’infezione dell’intestino tenue. Il focolaio statunitense del 2026 è stato collegato alla lattuga iceberg lavorata da Taylor Farms de Mexico e proveniente dal Messico centrale.
Il bilancio finale dei Centers for Disease Control and Prevention è stato di 12.883 casi accertati, 570 ricoveri e due decessi in 21 Stati. Il focolaio è stato dichiarato concluso l’11 settembre.
Haspel estende la critica oltre quell’episodio. Le verdure a foglia, osserva, sono associate a più malattie di origine alimentare rispetto ad altre categorie di cibo. Una ragione riguarda il consumo a crudo: una cottura adeguata elimina molti agenti patogeni, ma per una foglia d’insalata questo passaggio generalmente manca.
Un’analisi del 2024 richiamata dalla giornalista attribuirebbe alla lattuga circa 1,7 milioni di casi di malattie di origine alimentare all’anno negli Stati Uniti, con un costo economico stimato in 3,7 miliardi di dollari. È una stima, non il conteggio di altrettanti casi accertati.
I nutrienti e il confronto con i broccoli
Il consumo medio statunitense, secondo i dati richiamati da Haspel, è di circa 14 grammi al giorno per persona. Questa porzione apporta appena un quarto di grammo di fibre, oltre a piccole quantità di potassio, vitamine e altri minerali. Prendendo come riferimento la lattuga romana, la giornalista calcola che il contributo più significativo, nella quantità media consumata, sia quello della vitamina A.
La lattuga è costituita per circa il 95 percento da acqua, una caratteristica che condivide, in proporzioni diverse, con molti ortaggi. I broccoli ne contengono circa il 90 percento: appena cinque punti percentuali in meno. Guardando alla parte restante, però, il confronto cambia. La componente diversa dall’acqua rappresenta circa il 5 percento del peso della lattuga e il 10 percento di quello dei broccoli, più o meno il doppio.
Questo non rende la lattuga priva di nutrienti. Haspel riconosce che, aumentando le quantità, l’apporto può diventare significativo. La sua obiezione riguarda la densità nutrizionale: altre verdure possono offrire di più nello stesso piatto.
Anche gli ingredienti aggiunti contano. La lattuga può far percepire come salutare un’insalata con crostini, formaggi e salse molto caloriche; un condimento abbondante, ricco di grassi, sale o zuccheri, ne modifica sensibilmente il profilo nutrizionale. Al contrario, i legumi, i pomodori, le carote, le barbabietole e altre verdure possono rendere il piatto molto ricco. In quel caso, osserva Haspel, si potrebbe anche rinunciare alla lattuga.
Gli sprechi e le emissioni della produzione
Le stime del dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti indicano un consumo annuo di circa 1,36 milioni di tonnellate di lattuga e uno spreco di quantità equivalenti. Se ne butterebbe quindi quasi tanta quanta ne viene mangiata.
La deperibilità pesa su questi numeri. La lattuga appassisce, perde consistenza e si deteriora rapidamente: una parte viene scartata lungo la filiera, un’altra finisce nella spazzatura dopo essere arrivata nelle case.
Haspel collega lo spreco alle risorse necessarie per la produzione: «Coltiviamo, raccogliamo, refrigeriamo, trasportiamo e conserviamo un alimento costituito quasi interamente da acqua e di cui, secondo questi numeri, quasi la metà non verrà neppure mangiata».
Secondo CarbonCloud, la lattuga avrebbe un’impronta di circa 0,56 chilogrammi di anidride carbonica per ogni chilogrammo di prodotto. Applicando questa stima ai circa 2,72 milioni di tonnellate complessivamente consumate e sprecate ogni anno negli Stati Uniti, il calcolo arriva a circa 1,52 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente.
Il caldo in Italia e il terreno destinato alla lattuga
La vulnerabilità della produzione alle condizioni climatiche si è manifestata anche in Italia quest’estate. Il caldo estremo e la siccità hanno colpito soprattutto le insalate coltivate in pieno campo, con perdite che, secondo Confcooperative Agroalimentare, possono raggiungere il 40 percento. La minore disponibilità di materia prima ha avuto ripercussioni sulla quarta gamma, rendendo più difficile trovare le insalate in busta nei supermercati.
Negli Stati Uniti la coltivazione della lattuga occupa oltre 150 mila ettari, ai quali si aggiunge il prodotto importato. Haspel si domanda che cosa accadrebbe destinando quei terreni ad altro. Il primo esempio sono le lenticchie, molto più dense dal punto di vista nutrizionale.
Il secondo è l’energia solare: secondo il suo calcolo, una superficie equivalente coperta da pannelli in zone sufficientemente soleggiate potrebbe produrre elettricità per quasi 14 milioni di abitazioni americane. L’autrice precisa che non si tratta di una proposta concreta, ma di un modo per interrogarsi sull’impiego delle risorse necessarie a produrre lattuga.
Il vantaggio delle poche calorie
La critica non porta Haspel a eliminare l’ortaggio dalla propria alimentazione. La lattuga le piace e continua a portarla in tavola. Riconosce inoltre un’utilità che il solo confronto fra micronutrienti non descrive: in una società dove il problema è spesso l’eccesso di calorie, un alimento che ne contiene pochissime e occupa volume nel piatto può avere un vantaggio.
La domanda della giornalista riguarda dunque il rapporto tra ciò che l’ortaggio offre e ciò che richiede per essere prodotto, considerando insieme i nutrienti, le contaminazioni, gli sprechi, il terreno e le emissioni. Nel suo bilancio resta anche il basso apporto calorico, che Haspel riconosce come una caratteristica utile dell’alimento.
