Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni, con rito abbreviato, per il delitto di Chiara Poggi a Garlasco. La decisione poggia su sette elementi ritenuti convergenti e concordanti, riassunti dalla Quinta sezione penale della Cassazione in 115 pagine. Ora le indagini su Andrea Sempio offrono una lettura opposta di quei punti, che potrebbe diventare il fondamento di una richiesta di revisione.
La sentenza passata in giudicato resta il solo punto fermo giudiziario del caso Garlasco. A confrontarsi con le sue conclusioni sono gli accertamenti della procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, e dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano.
L’ingresso in casa e la conoscenza della vittima
Il primo punto riguarda l’accesso alla villetta. Per la Cassazione, Chiara fu uccisa da una persona conosciuta, arrivata da sola in bicicletta e fatta entrare dalla vittima. Anche il percorso nelle stanze al piano terra indicava una familiarità con l’abitazione. I giudici identificarono quella persona in Stasi: Chiara non avrebbe aperto in pigiama a uno sconosciuto, né accolto senza motivo un estraneo trovandosi sola.
La procura di Pavia propone una lettura diversa: la porta era aperta, quindi non è possibile affermare con certezza che Chiara abbia accolto volontariamente l’aggressore. Sempio, amico del fratello Marco, non sarebbe stato comunque un assoluto sconosciuto: frequentava la casa, o vi era stato più volte in passato.
La bicicletta e l’orario dell’omicidio a Garlasco
Il secondo elemento univa la confidenza di Stasi con la fidanzata, la conoscenza della casa e delle sue abitudini, il possesso di più biciclette da donna e un alibi che non lo escludeva dalla scena. Per i giudici, i mezzi erano compatibili con la «macrodescrizione» delle testimoni Franca Bermani e Manuela Travain.
Per i pm, le testimonianze presentano incongruenze sul tipo di bicicletta e sul giorno dell’avvistamento. Bermani era certa di averla vista la mattina del delitto, intorno alle 9.10; Travain non era sicura della data. Le descrizioni della bicicletta nera da donna divergevano sul portapacchi a molla e sullo stato del mezzo. Quella sequestrata alla famiglia Stasi non corrispondeva alle descrizioni: la Cassazione ricorse alla compatibilità generale, senza richiedere un’aderenza a ogni caratteristica.
I pm osservano che nessuno vide l’assassino allontanarsi sulla bicicletta nera: il collegamento con il delitto non è certo. L’eventuale utilizzo di un mezzo simile da parte di Sempio non fu approfondito, perché all’epoca non furono svolte indagini su di lui e sugli altri amici di Marco Poggi. Nemmeno Marco fu intercettato; i suoi tabulati telefonici, come quelli degli amici, non furono acquisiti.
La finestra temporale individuata dai giudici era di 23 minuti, dalle 9.12 alle 9.35, quando Stasi accese certamente il computer per lavorare alla tesi. La consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo colloca invece la morte tra le 9.45 e le 12.30, sostanzialmente confermando la prima ipotesi del medico legale Marco Ballardini, con maggiore centratura tra le 11 e le 11.30.
Il ritrovamento del corpo e le scarpe senza sangue
Il terzo punto della condanna di Stasi per il delitto di Garlasco riguarda il racconto del ritrovamento, giudicato incongruo, illogico e falso dalla Cassazione. Stasi disse di avere attraversato di corsa i locali cercando Chiara, ma sulle scarpe non furono trovati residui ematici e le macchie sul pavimento non risultavano modificate dal passaggio. Mancavano tracce trasferite dalle suole anche sui tappetini dell’auto, sulla quale disse di essere risalito subito.
Stasi descrisse inoltre la parte visibile del volto come bianca, anziché completamente coperta di sangue. Per i giudici, il racconto era assimilabile a quello dell’aggressore, non dello scopritore.
I nuovi accertamenti indicano nelle fotografie della Scientifica impronte mai censite, simili alla trama a V delle Lacoste indossate da Stasi. Le scarpe furono sequestrate soltanto dopo 18 ore: secondo i magistrati, avrebbe potuto entrare, calpestare il sangue e perderne le tracce camminando per ore.
I carabinieri hanno presentato anche gli atti di un omicidio avvenuto a Milano nel 2020: l’autore, ripreso dalle telecamere, dopo 147 coltellate alla vittima salì subito in auto con le scarpe certamente insanguinate, senza sporcare tappetini o pedali.
La bicicletta non menzionata da Stasi nel delitto di Garlasco
Il quarto elemento del delitto di Garlasco è la bicicletta nera non menzionata da Stasi fra quelle possedute. Per la Cassazione, l’omissione dimostrava che ne conoscesse l’importanza e il possibile collegamento con l’omicidio: il mezzo era associato al delitto sin dall’inizio e corrispondeva alla descrizione generale delle testimoni.
I pm contestano la certezza del presupposto: le testimonianze, contraddittorie, riguardano una bicicletta, non una persona vista fuggire su di essa.
Le impronte sul dosatore del sapone
Il quinto punto riguarda il dosatore del sapone liquido. Secondo la sentenza, l’aggressore lo usò per lavarsi le mani. Le sole impronte trovate erano quelle dell’anulare destro di Stasi, indicato come l’ultimo a maneggiarlo. La posizione delle due impronte e l’assenza di commistione con il dna della vittima dimostravano, per i giudici, che lo avesse pulito accuratamente dopo essersi lavato e avere ripulito il lavandino.
Per i pm, invece, l’assassino non si lavò lì. Le immagini dell’epoca mostrano quattro lunghi capelli scuri nella vasca, incompatibili con un’accurata pulizia; le analisi dei Ris nello scarico non rilevarono emoglobina. Il dosatore presentava sapone secco e altre impronte oltre a quelle di Stasi, che frequentava l’abitazione e vi era stato anche la sera precedente.
Il dna sui pedali e le analisi di laboratorio
Il sesto elemento era la copiosa quantità di dna di Chiara, da materiale «altamente cellulato», sui pedali della bicicletta Umberto Dei, Milano. Secondo i giudici, i pedali non erano quelli di serie con cui il mezzo era stato venduto alla famiglia Stasi. Erano montati sull’unica bicicletta della famiglia non confondibile con quella vista davanti a casa Poggi.
La posizione dei pm, emersa dalla seconda chiusura delle indagini, è opposta: non c’era dna e probabilmente si verificò un errore nelle analisi. I Ris ottennero prima un risultato pari a zero, poi, dopo la purificazione, 2,78 nanogrammi: un valore identico a quello rilevato sul cucchiaino usato dalla vittima per colazione.
Altre due prove eseguite dai carabinieri il giorno successivo confermarono lo zero, ma i risultati non furono documentati né depositati alle parti, procura compresa. Sono emersi soltanto dall’esame dei dati grezzi e dei registri delle macchine di laboratorio.
Il numero delle scarpe attribuite all’aggressore
L’ultimo punto identificava l’assassino come un uomo con scarpe numero 42. Per la Cassazione, Stasi possedeva e indossava anche calzature della stessa marca di quelle dell’aggressore e anche di quella taglia.
La procura di Pavia sostiene invece che non vi sia traccia del possesso di quel tipo di scarpe da parte di Stasi. Le impronte sul pavimento potrebbero appartenere anche a calzature più grandi: le analisi svolte durante il processo, per i pm, non consentono di attribuirle con certezza al numero indossato da Stasi.
