L’obiettivo dei 61 seggi resta distante per il blocco che sostiene Benjamin Netanyahu: lo indica un sondaggio di Zman Yisrael citato da Lazar Berman, con l’alleanza sotto la soglia minima per formare un esecutivo. Il dato pesa sulla strategia del premier, che ha cercato un incontro con Donald Trump durante la tappa newyorchese, ma l’ex presidente, secondo la ricostruzione, appare non disposto a concederlo. In calendario, invece, c’è stato un faccia a faccia con il sindaco di New York Zohran Mamdani.
A questo si aggiunge un gesto mediatico: dopo l’analisi di Berman, Trump ha rilanciato una notizia relativa a un sondaggio di una settimana prima che vedeva il blocco del premier leggermente avanti rispetto ai rivali, sebbene ancora senza maggioranza. Per Berman, però, quel rilancio non equivale a un sostegno esplicito a un nuovo mandato. La distinzione non è secondaria, perché la campagna del premier punta anche sulla percezione di solidi agganci internazionali.
Un eventuale colloquio con Trump avrebbe offerto a Netanyahu un argomento immediato per rivendicare la carta delle relazioni estere, presentandosi come leader «di un’altra categoria» rispetto agli sfidanti, con riferimento anche a Gadi Eisenkot. Da qui l’interesse a un confronto diretto sui dossier più sensibili per Israele: Iran, Libano e Gaza. Temi che, al netto dell’agenda diplomatica, restano centrali anche per il pubblico interno cui il premier sembra guardare.
Sicurezza come banco di prova: Gaza, Libano e Iran
Il “pubblico principale”, osserva Berman, sarà quello degli israeliani che seguiranno il discorso da casa. Netanyahu deve convincerli di essere ancora la scelta più affidabile sul capitolo sicurezza, dopo tre campagne che il giornalista definisce «decisamente inconcludenti». È un terreno noto al premier, ma oggi più scivoloso per via dei risultati percepiti come incompleti.
Su Gaza, il premier potrebbe sottolineare il controllo militare israeliano su oltre il 60% dell’enclave e ribadire l’impegno a disarmare Hamas. Berman nota però che non ha spiegato come intenda realizzarlo in concreto. Potrebbe anche rivendicare il ritorno di tutti i prigionieri; resterebbe però fuori dal quadro, secondo l’analisi, che oltre 40 persone catturate vive sono state in seguito uccise o sono decedute durante la prigionia. Una lacuna che pesa nel racconto complessivo.
Per il Libano, il registro atteso è quello della deterrenza: danni significativi inflitti a Hezbollah e presenza militare israeliana nel sud. Per contro, Berman rileva che il piano di subentro delle forze libanesi nelle aree lasciate dalle truppe israeliane non equivale al disarmo del gruppo. Il nodo, quindi, resta aperto e difficilmente traducibile in una vittoria piena da spendere in campagna.
Quanto all’Iran, Berman descrive un avversario indebolito sul piano militare ed economico, ma privo di segnali di una leadership pronta a “fare concessioni” sullo Stretto di Hormuz o sul programma nucleare. Il premier potrebbe presentare l’esito delle campagne come una “vittoria” senza concessioni sui dossier essenziali per Israele, cercando al tempo stesso di influenzare l’approccio di Trump verso Teheran. In parallelo, secondo Channel 12, Netanyahu dovrebbe mostrare nuove informazioni sul programma nucleare iraniano e sugli sforzi di ricostituzione delle capacità del paese, con supporti visivi sul modello dei suoi precedenti interventi all’ONU.
Agenda a New York, contatti con Teheran e proteste annunciate
Gli inviati di Trump hanno incontrato funzionari iraniani martedì, mentre lo stesso presidente ha evocato l’ipotesi di un accordo dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Berman considera improbabile una ripresa di attacchi intensivi prima del voto e ritiene che il calendario elettorale americano non cambierà la postura di Teheran: richiesta di riconoscimento formale del controllo su Hormuz e rifiuto di negoziare sul nucleare.
L’agenda del premier, intanto, appare compressa: arrivo poco prima del discorso e partenza subito dopo. Una scelta diversa dalle visite passate, che includevano giorni di incontri bilaterali. Al momento dell’analisi, non risultavano probabili colloqui di alto livello prima del rientro in Israele per le ultime settimane di campagna. Berman collega in parte questa assenza ai danni arrecati dai partner di estrema destra alla reputazione internazionale del paese. È un fattore politico, ma con effetti pratici sulla disponibilità di interlocutori.
Sul fronte interno alla città, sono attese proteste contro quello che i manifestanti definiscono genocidio israeliano nella Striscia di Gaza e contro le violazioni nella Cisgiordania occupata. Il giorno prima della visita, Zohran Mamdani ha definito Netanyahu un “criminale di guerra” e un “artefice di un orribile genocidio contro i palestinesi”. Tono e lessico sono destinati a farsi sentire fuori dalla sala dell’Assemblea.
Il sindaco aveva già sollecitato le autorità federali a eseguire il mandato d’arresto, riconoscendo che quelle cittadine non hanno la base legale per farlo. La Corte penale internazionale ha emesso nel novembre 2024 mandati contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Anche questo è un dato che, con ogni probabilità, accompagnerà il premier dentro e fuori l’aula dell’ONU.
