Sabato 19 settembre, la prima serata di Rai 3 si apre ai grandi enigmi del passato con Blu notte – Misteri dimenticati. Carlo Lucarelli torna a sfogliare i fascicoli dei cold case italiani attraverso un nuovo ciclo di appuntamenti dedicati alle vicende irrisolte e alle storie rimaste nell’ombra. Alanews l’ha incontrato per farsi raccontare il minuzioso lavoro di documentazione dietro le quinte, il confronto con la cronaca di oggi e l’importanza di riportare al centro della narrazione le vittime.
Una lunga assenza durata quasi 14 anni: com’è stato ritornare in Rai?
Ho vissuto questo lungo periodo senza alcun problema, ma un po’ mi mancava il programma. Ogni tanto mi imbattevo in storie che avrei voluto raccontare e soffrivo il fatto di non avere uno spazio dedicato. Adesso che l’ho ritrovato sono davvero felice. Sono trascorsi 14 anni, ma tutto sommato è come se il tempo non fosse mai passato. Facciamo finta che non si sia interrotto nulla.
Ma secondo lei perché c’è stato questo stop a Rai 3?
Non me l’hanno mai spiegato. Ho atteso una telefonata del direttore che non è mai arrivata, quindi ho fatto le mie cose, pensando che evidentemente la trasmissione non interessasse più. Il motivo reale per cui non ci abbiano più richiamato davvero non lo conosco. Adesso è diverso, ci siamo ritrovati: il direttore di Rai Cultura Zappi a un certo punto mi ha chiesto: “Ti andrebbe di rifare Blu Notte?”. E io ho risposto: “Certo, molto volentieri”. Poi ne è nato un format differente, però insomma, sono rientrato così.
Che tipo di televisione ha ritrovato al suo rientro?
Ho ritrovato un forte interesse per la cronaca nera. Non che un tempo non ci fosse, questo interesse esisteva già e c’erano molte trasmissioni valide che se ne occupavano prima del mio arrivo, non ho inventato nulla, ci mancherebbe. Oggi però ce n’è molto di più, questo è innegabile. È diventata una costante della nostra televisione e anche qui le cose non cambiano: si può fare bene oppure male. Esistono programmi che narrano i fatti benissimo, in maniera avvincente, e altri che invece li riportano in modo meno efficace. Credo sia fondamentale comprendere bene che mestiere vogliamo fare e cosa stiamo realizzando. Ci sono vicende di stretta attualità, Garlasco, per esempio, di cui devono occuparsi i format di approfondimento giornalistico. Noi ci dedichiamo ad altro: vicende datate, per così dire “ferme”, su cui può intervenire uno scrittore come me per raccontarle senza l’ansia di dover rendere conto di ciò che accade minuto per minuto. Quello non è il mio compito, di conseguenza facciamo un lavoro diverso.
Infatti, proprio collegandoci a un caso emblematico come Garlasco: come definisce il modo in cui i media e il pubblico stanno raccontando e vivendo questa vicenda?
Ci sono responsabilità da parte di tutti, e tra questi metto anche noi. Io non ho mai trattato il caso di Garlasco, ma sono uno scrittore di romanzi gialli. Il punto è questo: da un lato abbiamo una vicenda di cronaca in cui oggi emerge un’impronta e il giorno seguente una perizia che la smentisce, e io devo darne conto in attesa dei riscontri. Il giornalista informa e le trasmissioni di analisi riflettono sui dati rilevati, il che va benissimo. Tutto dipende però dalle esagerazioni. Gli eccessi molte volte sono colpa nostra, degli autori di gialli, e soprattutto del pubblico. Abbiamo abituato lo spettatore e il lettore a fruire la cronaca come se fosse un romanzo. Ma la narrativa ha tempistiche molto strette e giunge rapidamente alla verità, mentre la cronaca non funziona così. Gli esiti di un’impronta giungono forse tra tre settimane, la perizia della professoressa Cattaneo arriverà tra otto mesi o magari tra un anno con le proroghe, e la verità giudiziaria la conosceremo magari tra cinque anni. La gente invece segue gli approfondimenti con lo spirito del lettore di gialli: “Fammi scoprire cosa c’è!. Il problema è che non lo è: occorrono altri tempi e un altro tipo di analisi. Se noi per primi assecondiamo questo meccanismo, proseguiremo sempre in questo modo. Resto dell’idea che ciascuno possa guardare e raccontare ciò che preferisce, non sono dinamiche nocive tranne rari casi, però occorre esserne consapevoli: non sto guardando una soap opera, non posso pretendere di scoprire oggi quanto rilevato due giorni fa.

Parlando del lavoro di documentazione, scrittura e verifica che sta dietro alla realizzazione del suo programma, ci porta dietro le quinte?
Innanzitutto c’è la selezione dei casi. Abbiamo l’imbarazzo della scelta e individuiamo vicende sufficientemente documentate a cui accedere anche sul piano tecnico: autopsie, perizie, atti processuali, interviste ai testimoni e materiale d’archivio. Parallelamente valuto se sia una vicenda che sono in grado di narrare io, ipotizzando fin dall’inizio l’impostazione della struttura e degli snodi narrativi. A quel punto i nostri autori giornalisti si mettono a caccia di carte e dettagli per costruire un dossier. Ci riuniamo, propongo il mio taglio e procediamo con ulteriori indagini. Dopodiché mi metto alla scrivania e stendo il testo. È un percorso che richiede almeno un mese di ricerche di gruppo. Ordino il materiale, ci confrontiamo di nuovo tutti insieme con la regia per inserire le immagini di repertorio al posto giusto, stabiliamo le riprese in esterna e infine registriamo. È un processo lungo.
Qual è l’obiettivo finale del prodotto che restituite al pubblico?
Noi raccontiamo cold case, ovvero vicende irrisolte e datate. Non perché siano trascurabili, pensiamo a Via Poma, che non è affatto dimenticato, ma perché magari non vengono più trattate. Le affrontiamo perché desideriamo che quella storia e soprattutto la figura della vittima tornino al centro dell’attenzione. Riesaminando gli elementi, speriamo che qualcuno continui a rifletterci e possa magari individuare la chiave del mistero. Molti dei casi che trattiamo vedono i familiari delle vittime battersi per la riapertura delle indagini. Oggi viviamo in un contesto criminologico differente e con le nuove tecnologie, qualora vi siano ancora i reperti, i procedimenti possono riaprirsi. Non è la nostra mission primaria far arrestare il colpevole, se accade ne siamo felici, ma la nostra intenzione è ridare voce a vicende e persone dimenticate.
Lei si è dedicato moltissimo alla scrittura, al teatro e ai podcast. Che differenza c’è stata nel tornare a pensare e costruire una storia appositamente per le telecamere?
Una bella differenza. Nasco come romanziere e questa rimane la base di ogni mio lavoro. Successivamente trasferisco questo linguaggio su altri media, come feci a suo tempo in TV trattando i fatti di cronaca alla stregua di romanzi gialli. Ho dovuto riallenarmi. C’è un confronto costante con la regia, poiché in televisione non basta scrivere frasi che scorrano bene sulla carta, devono funzionare per lo schermo. Devono sollecitare la vista, l’udito, e infine arrivare alla mente e al cuore di chi guarda. È un aspetto che ho dovuto riapprendere poiché anche il mezzo televisivo si è evoluto.
Oggi la TV vive di ritmi frenetici e colpi di scena continui. Come si colloca il suo stile di racconto in questo contesto?
I colpi di scena vanno dosati, non possono rappresentare lo scopo finale della narrazione. Se diventano l’unico fine, devi mantenere lo spettatore in tensione costante, ma quello è il romanzo giallo o la cronaca spettacolarizzata. Io svolgo un lavoro diverso: racconto una storia vera. Posso concedermi un ritmo pacato perché non devo fare informazione in tempo reale né dibattiti. Dispongo di tutto il tempo narrativo per fermarmi, fare un passo indietro e interrogarmi su chi sia la persona a terra, senza la smania di dover urlare subito “Chi è stato?”. Posso concedermi una pausa, e mi fa piacere che questo approccio venga apprezzato.
Sempre più spesso la cronaca viene utilizzata dalla politica a fini di propaganda. Quanto questa narrazione aderisce alla realtà e quanto, invece, ne distorce la percezione?
Spesso la distorce. La paura esiste ed è legittima, accadono fatti gravi, ma bisogna individuare il problema reale. Se ci limitiamo a dire che le città sono invivibili e che abbiamo timore a uscire la notte, perdiamo di vista il punto: analizziamo i dati. Se riteniamo di dover riempire le strade di forze dell’ordine per gli omicidi, sbagliamo prospettiva, poiché la maggior parte dei delitti avviene tra le mura domestiche, con violenze sulle donne o sui minori. In quel caso servirebbe un carabiniere in camera da letto e una telecamera in cucina. La paura viene usata a fini politici, ma a chi ci governa dovremmo chiedere due cose: “Spiegami su cosa si fonda il mio timore” e “Illustrami come intendi risolvere la situazione”. La paura richiede concretezza. Per me è un sentimento persino positivo che spinge all’azione. Se ho una porta socchiusa in casa, prima o poi devo aprirla per verificare cosa vi sia dietro. La politica deve fare questo: spalancare quella porta e mostrarci la realtà in modo motivato, altrimenti alimenta solo un’ansia generica. Da bambino temevo una porta socchiusa perché scorgevo qualcosa luccicare; quando ho trovato il coraggio di aprirla, ho scoperto che si trattava del cellophane sul divano buono dei nonni. Bisogna sempre andare a verificare. Se un politico mi parla di paura, gli rispondo: “Bene, fammi vedere cosa c’è”.
Ritornando alla TV, oltre al ritorno di Blu Notte, c’è la possibilità di rivedere in onda i suoi personaggi come Coliandro o De Luca, o sta pensando a nuove storie per il piccolo schermo?
Mi piacerebbe davvero! Ho avuto la fortuna di vedere molte mie opere adattate per il piccolo schermo. Coliandro è tra queste. Io e Giampiero Rigosi ci divertiamo moltissimo a scriverlo. Montalbano e Don Matteo hanno dei fan, Coliandro vanta degli ultrà! I suoi sostenitori sono unici. Noi siamo pronti e abbiamo il materiale; occorre l’accordo tra i fratelli Manetti, Giampaolo Morelli e la Rai. Quest’anno abbiamo iniziato a elaborare quattro nuovi soggetti, quindi chissà che non sia la volta buona per tornare. Esistono anche idee per progetti inediti: quando si trova il personaggio giusto, è un lavoro entusiasmante.
Ci può dare qualche anticipazione sui casi che tratterà nelle nuove puntate?
Qualcosa posso svelarlo!. Il format prevede di raccontare i fatti attraverso le varie declinazioni del romanzo giallo: il noir d’atmosfera, il giallo classico da stanza chiusa, i serial killer, le vicende di gangster o di spionaggio. Adottiamo questi schemi per le differenti vicende. Tratteremo delitti avvenuti a Bologna come quelli del Dams, torneremo sul caso di Via Poma, affronteremo la storia della banda dei Marsigliesi, che è una gangster story, e vicende classiche come quella di Antonella Di Veroli.
