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IA, l’allarme delle big tech è davvero credibile? Il parere dell’esperto

Luca Zorloni, giornalista e autore della newsletter Question Time, fa chiarezza sugli allarmi circolati sull'intelligenza artificiale nell'ultimo periodo

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Intervista a Luca Zorloni sull'IA

Intervista a Luca Zorloni | Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

L’intelligenza artificiale sta vivendo una fase in cui gli stessi protagonisti che ne stanno guidando lo sviluppo iniziano a lanciare avvertimenti sui possibili rischi legati all’utilizzo della tecnologia. È proprio da questa apparente contraddizione che parte il confronto con Luca Zorloni, giornalista e autore della newsletter Question Time, chiamato a spiegare ai microfoni di Newzgen cosa ci sia dietro l’allarme arrivato nelle ultime settimane da Anthropic e da altri esponenti del settore.

Da una parte ci sono aziende che continuano a investire nella corsa all’IA, dall’altra dirigenti e ricercatori che chiedono di rallentare e di introdurre nuove regole. Nel frattempo, sul piano politico, Donald Trump sostiene che chi riuscirà a prevalere nella competizione sull’intelligenza artificiale finirà per avere un vantaggio complessivo. Per Zorloni, però, prima di parlare di apocalisse è necessario rimettere in ordine i fatti.

Perché le aziende dell’IA chiedono di rallentare

Secondo Zorloni, il dibattito attuale presenta alcuni elementi che meritano di essere osservati con attenzione. Le grandi aziende dell’IA potrebbero avere interesse a definire direttamente gli standard di sicurezza e i limiti dello sviluppo dei modelli, invece di lasciare che siano esclusivamente le istituzioni a stabilirli.

Il giornalista considera però piuttosto teatrale l’allarme che si è creato intorno alle ultime dichiarazioni. A suo giudizio, i problemi più concreti emersi nei mesi precedenti riguardavano già incidenti per i quali esistono regole precise, che non sempre sarebbero state rispettate dalle aziende. Per questo motivo, l’improvvisa richiesta di introdurre limiti allo sviluppo gli sembra poco coerente se non viene accompagnata da comportamenti altrettanto concreti.

La corsa all’IA e i rischi per la sicurezza informatica

Zorloni invita quindi a guardare a quanto accaduto negli ultimi tre anni, durante i quali l’IA ha conosciuto uno sviluppo estremamente rapido. Negli ultimi sei mesi, in particolare, sono arrivati modelli molto potenti anche nella capacità di individuare vulnerabilità informatiche all’interno di sistemi utilizzati da banche, assicurazioni e grandi infrastrutture. Il problema è che queste capacità possono essere sfruttate per realizzare attacchi con modalità ancora poco studiate o non previste. Le grandi aziende, spiega Zorloni, hanno finora condiviso i propri modelli soltanto con gruppi ristretti di imprese, selezionati direttamente dalle stesse società, senza che sia sempre chiaro secondo quali criteri.

Nel frattempo sono stati effettuati diversi test e non sono mancati episodi problematici. Tra quelli citati nell’intervista c’è il caso di un modello di OpenAI che avrebbe attaccato Hugging Face, piattaforma sulla quale vengono raccolti e messi a disposizione numerosi prodotti open source.

Dall’allarme di Coxon alle dichiarazioni dei big dell’IA

In questo contesto si arriva al primo settembre, quando il ricercatore Jacob Coxon, dopo aver lasciato Anthropic, ha lanciato un allarme molto duro sostenendo che, dietro le rassicurazioni pubbliche delle aziende, ci sarebbe la consapevolezza di rischi enormi legati allo sviluppo dell’IA. Nel giro di poche ore, secondo la ricostruzione proposta nell’intervista, sono arrivate prese di posizione nella stessa direzione da parte di figure come Sam Altman, Elon Musk e Dario Amodei, con l’invito a rallentare. Una convergenza che può alimentare teorie complottiste, soprattutto dopo anni nei quali le aziende si sono trovate in una competizione serrata per arrivare prima dei concorrenti.

Zorloni respinge però l’idea che dietro ci sia necessariamente un complotto. La spiegazione, a suo giudizio, va cercata piuttosto negli interessi delle aziende e nel tentativo di influenzare il modo in cui verranno fissate le regole del settore.

“L’AI Act esiste già”

Un elemento fondamentale del ragionamento riguarda l’AI Act europeo, che introduce un sistema di regole basato sui diversi livelli di rischio. Zorloni ricorda che il quadro normativo europeo è ormai in fase di applicazione e rappresenta già uno standard al quale le aziende possono fare riferimento.

Se le grandi società dell’IA ritengono davvero necessario introdurre limiti allo sviluppo dei modelli, sostiene il giornalista, non è necessario partire da zero. In alternativa, si potrebbe lavorare a un accordo internazionale coinvolgendo Stati Uniti, Cina, Unione Europea e Nazioni Unite, arrivando eventualmente a un sistema condiviso paragonabile, per impostazione, ai trattati internazionali sulla non proliferazione delle armi nucleari. Secondo Zorloni, quindi, gli strumenti per intervenire esistono già e anche i problemi concreti sono ormai abbastanza chiari. Il punto è capire chi debba stabilire le regole e come applicarle.

Anthropic è davvero più etica delle altre?

Nel corso dell’intervista viene affrontata anche la reputazione di Anthropic, spesso percepita come una delle aziende più attente agli aspetti etici dell’intelligenza artificiale. Zorloni invita però a non dividere il settore tra società “buone” e società “cattive”.

Anthropic si è dotata anche di strumenti specifici, come comitati composti da filosofi ed esperti di etica, che dovrebbero contribuire alla valutazione dello sviluppo dei modelli. Questo, tuttavia, non elimina la natura commerciale dell’azienda. “Queste aziende devono fare anche profitto”, è in sostanza il ragionamento di Zorloni. Devono sostenere i costi dei dipendenti e delle enormi infrastrutture che stanno costruendo, mentre gli investimenti effettuati devono prima o poi essere ripagati attraverso finanziamenti, mercato azionario o altre forme di capitale.

Il vero obiettivo: fissare uno standard industriale

In questo quadro, la richiesta di nuove regole può diventare anche uno strumento per stabilire direttamente lo standard a cui dovrà adeguarsi l’intero settore dell’IA. Le aziende più avanzate possono proporre una propria definizione di sicurezza e cercare di fare in modo che siano gli altri operatori a seguirla.

Per Zorloni non è necessariamente un approccio sbagliato. Il problema nasce quando la definizione degli standard rimane esclusivamente nelle mani delle aziende. Servono anche il mondo del lavoro, la politica e gli altri soggetti della filiera. L’obiettivo dovrebbe quindi essere un confronto più ampio che porti a regole condivise a livello globale. È già successo in altri settori, dalla farmaceutica alla finanza, e anche l’industria automobilistica ha sviluppato standard che devono essere rispettati prima che un veicolo possa circolare.

Trump e la sfida con la Cina

Sul fronte politico, il confronto si sposta inevitabilmente su Donald Trump. Il presidente americano sostiene che chi vincerà la competizione sull’intelligenza artificiale avrà un vantaggio complessivo, con uno sguardo evidente alla sfida con la Cina e con Xi Jinping. Secondo Zorloni, però, la posizione di Trump va inserita anche nel contesto politico interno agli Stati Uniti. A novembre sono previste le elezioni di midterm, un appuntamento importante per il futuro della sua presidenza, e il presidente avrebbe bisogno di poter rivendicare risultati positivi.

Il problema è che l’IA non è necessariamente il terreno più semplice sul quale ottenere consenso. La questione dei data center sta già creando opposizione in diverse comunità americane, mentre candidati sia repubblicani sia democratici sono costretti a confrontarsi con le conseguenze delle autorizzazioni necessarie per collegare queste strutture alle reti elettriche e idriche.

Data center e consenso negli Stati Uniti

Il tema è quindi già fortemente divisivo. Secondo Zorloni, aggiungere a un dibattito simile un allarmismo molto forte rischia di produrre due reazioni opposte: da una parte un terrore eccessivo, dall’altra una sorta di rassegnazione che porta le persone a non partecipare al confronto pubblico. C’è anche un terzo rischio: gli allarmi attuali potrebbe rendere il pubblico meno sensibile quando si manifesterà un vero problema.

Trump, secondo questa lettura, finisce inoltre per offrire alle aziende una sorta di copertura politica. Se dopo l’allarme lanciato da Coxon non dovessero essere adottate nuove misure, le società potrebbero sostenere di non poter intervenire perché l’amministrazione americana ha scelto di non imporre limiti allo sviluppo dell’IA.

Il rapporto tra Trump e le big tech

La vicinanza tra l’amministrazione Trump e il settore tecnologico non sarebbe del resto casuale. Il secondo mandato del presidente americano è stato caratterizzato fin dall’inizio anche dal peso delle grandi aziende tecnologiche, dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme digitali. Zorloni osserva che gli Stati Uniti non dispongono più di una forza manifatturiera paragonabile a quella del passato e che i servizi tecnologici rappresentano uno dei principali motori dell’economia nazionale. Le aziende che dominano Wall Street sono in larga parte legate proprio alla tecnologia. Per questo un presidente interessato a imprimere una forte direzione alla trasformazione economica guarda necessariamente a quel settore. E le big tech, a loro volta, hanno interesse ad avere dalla propria parte la Casa Bianca.

La distanza dalle regole europee

C’è poi il rapporto conflittuale tra le grandi aziende tecnologiche e la regolamentazione dell’Unione Europea. Le società del settore hanno spesso criticato gli obblighi normativi europei, considerandoli troppo restrittivi e burocratici.

Avere un’amministrazione americana favorevole alla deregolamentazione e contraria a frenare il vincitore della competizione tecnologica rappresenta quindi un vantaggio per queste aziende. Da qui, secondo Zorloni, nasce quella che definisce una situazione quasi paradossale: tutti sembrano chiedere di intervenire, ma contemporaneamente nessuno sembra voler modificare davvero gli equilibri esistenti. L’AI Act europeo, pur con i suoi limiti, prevede trasparenza, condivisione delle informazioni e una serie di obblighi che potrebbero diventare in futuro un riferimento anche al di fuori dell’Europa, come è avvenuto in parte con il GDPR.

Il problema dei data center arriva anche in Italia

Il tema non riguarda però soltanto gli Stati Uniti. Durante l’intervista viene affrontata anche la possibile espansione dei data center in Italia e l’impatto che queste infrastrutture possono avere sui territori. Zorloni invita innanzitutto a non considerarli come “mostri”. Molti territori italiani, compresa la provincia di Milano, sono già caratterizzati dalla presenza di numerosi capannoni industriali, alcuni dei quali inutilizzati. In determinati casi, quindi, un data center può essere realizzato recuperando o sostituendo strutture già esistenti, senza necessariamente consumare nuovo territorio.

Allo stesso tempo, l’impatto sulle reti elettriche e idriche, così come i consumi delle strutture, devono essere spiegati ai cittadini in modo trasparente. Secondo Zorloni, le prestazioni dei data center stanno migliorando anche sul fronte dell’efficienza energetica e del consumo d’acqua, ma questo non elimina la necessità di affrontare apertamente i dubbi delle comunità locali.

Perché i data center sono necessari

Il punto, secondo Zorloni, è comprendere anche quale beneficio possa derivare dalla presenza di queste infrastrutture. Il tema non riguarda soltanto i posti di lavoro che un nuovo impianto può generare. La manifattura e l’industria italiana, per mantenere la propria competitività, dovranno aumentare la componente digitale e robotica e utilizzare sempre più l’intelligenza artificiale. Per farlo serviranno anche infrastrutture capaci di sostenere questi servizi.

Proprio per questo, sostiene Zorloni, è importante evitare che il dibattito sull’IA trasformi la distanza tra le grandi aziende tecnologiche e i cittadini in un conflitto locale. Chi si trova un data center vicino casa potrebbe altrimenti chiedersi perché dovrebbe sopportarne gli effetti per alimentare una tecnologia sviluppata dall’altra parte del mondo. La soluzione, secondo il giornalista, è spiegare quali vantaggi concreti possa portare l’infrastruttura e, nello stesso tempo, rispondere alle domande della popolazione senza alimentare una reazione puramente NIMBY, che potrebbe diventare un tema politico importante anche in vista delle prossime elezioni.

L’AI Act non è stato guidato dall’Italia

Nella parte finale dell’intervista Zorloni chiarisce anche un punto relativo all’AI Act. Non sarebbe corretto attribuire all’Italia la guida dell’adozione del regolamento europeo, come talvolta viene sostenuto nel dibattito politico. L’Italia ha avuto un ruolo attraverso il relatore italiano Brando Benifei, che ha seguito il dossier al Parlamento europeo, mentre il governo italiano ha partecipato al processo insieme agli altri Stati membri senza imprimere una svolta autonoma all’approvazione del provvedimento.

Quanto alla validità dell’AI Act, Zorloni riconosce che si tratta di uno strumento importante ma con diversi limiti. Il regolamento è stato concepito quando l’intelligenza artificiale era molto diversa da quella attuale e il settore è cambiato rapidamente nel frattempo. Il sistema basato sui livelli di rischio può però rappresentare una risposta utile alle trasformazioni del comparto. La sua efficacia sarà valutabile soprattutto alla prova dei fatti, con l’entrata in vigore delle disposizioni previste tra agosto e dicembre, comprese quelle che riguarderanno non soltanto le grandi imprese ma anche una parte più ampia del tessuto imprenditoriale.

Il futuro dell’Europa dipenderà dagli investimenti

Secondo Zorloni, comunque, non sarà l’AI Act da solo a determinare il successo o il fallimento dell’Europa nella competizione sull’intelligenza artificiale. Un ruolo decisivo lo avranno la capacità di attrarre investimenti e la disponibilità di capitali. In parallelo alle risorse private, sarà quindi importante anche il sostegno pubblico previsto dai piani della Commissione Europea. La regolamentazione può creare un quadro di riferimento, ma non può sostituire gli investimenti necessari per sviluppare il settore.

Come leggere gli allarmi sull’intelligenza artificiale

L’ultima parte dell’intervista riguarda direttamente i cittadini alle prese con titoli sempre più allarmistici sull’IA. Il primo consiglio di Zorloni è molto semplice: andare oltre il titolo e leggere il contenuto della notizia, cercando di capire perché una determinata azienda stia facendo una certa dichiarazione. Il punto di partenza dovrebbe essere proprio la contraddizione tra chi costruisce una tecnologia e contemporaneamente avverte che quella stessa tecnologia potrebbe diventare distruttiva. Secondo Zorloni, questo dovrebbe spingere a chiedersi quali interessi possano esserci dietro quelle dichiarazioni e perché, se il rischio viene considerato realmente così grave, le aziende non adottino immediatamente comportamenti coerenti, rallentando lo sviluppo o introducendo autonomamente nuovi standard.

Sperimentare l’IA con attenzione

Il secondo suggerimento è invece quello di utilizzare direttamente gli strumenti di intelligenza artificiale, ma prestando attenzione ai propri dati e al modo in cui vengono utilizzati. Conoscere concretamente ciò che l’IA può fare nella vita quotidiana, secondo Zorloni, permette di andare oltre sia gli entusiasmi sia gli allarmismi e di formarsi un’opinione più consapevole sulle sue reali capacità e sui suoi limiti.

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