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Esclusiva Giletti: “Mi hanno chiuso il programma due volte nonostante gli ascolti. Su LA7 Mentana ha ragione: ideologicamente schierata, io ero l’unica isola alternativa”

Alla vigilia del debutto con Lo stato delle cose, il conduttore traccia un bilancio tra carriera e attualità: dall'eredità dei maestri Minoli e Santoro ai retroscena sui palinsesti, fino al confronto tra Rai e La7. Poi il tema della vita sotto tutela per le inchieste, senza alcun pentimento: "Girarsi dall'altra parte non è giornalismo, non faccio passi indietro". E su Sanremo ironizza: "Mi chiameranno a 76 anni come Vianello, per un premio alla carriera".

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Massimo Giletti

Intervista a Massimo Giletti, debutto Lo Stato delle Cose (Credits Raiplay)

Carmela Cassese di Carmela Cassese

Torna Lo stato delle cose con una nuova edizione. Ma per capire dove sta andando Massimo Giletti, bisogna guardare da dove è ripartito: la stessa stanza dove quarant’anni fa muoveva i primi passi accanto a Giovanni Minoli.

Tra inchieste che pesano e l’allergia dichiarata alle etichette di rete, Giletti si presenta al nastro di partenza della nuova stagione senza filtri. Dalle chiusure con i picchi di share in tasca alle voci sul futuro di Report e alle battute sul Festival di Sanremo, lo abbiamo incontrato alla vigilia della prima puntata. Ecco cosa ci ha raccontato.

“Lo stato delle cose”. Partiamo proprio da qui, dal titolo del programma con cui torna in TV. Dopo l’estate che ci lasciamo alle spalle, qual è oggi, secondo lei, lo stato delle cose del giornalismo italiano?

Io non sono uno che dà patenti o voti al lavoro degli altri. Non ho mai amato chi assegna numeri a un sistema che, alla fine, è in mano a pochi editori. C’è un giornalismo legato a questo contesto e a blocchi ben distinti tra destra e sinistra. Il concetto stesso di giornalismo è complesso per me: non sono ideologico, mi limito a fare domande e a cercare risposte. Non mi sento di fare filosofia sul lavoro altrui, ma la realtà è che gli editori sono pochi e il giornalismo, di conseguenza, resta strettamente legato a loro.

Per questa nuova avventura è tornato a lavorare nella stessa stanza di Mixer dopo quarant’anni. Che effetto le ha fatto? Cosa le è tornato in mente di quel Giletti ventisettenne che muoveva i primi passi accanto a Giovanni Minoli e quanto è cambiato il Giletti giornalista nel tempo?

È cambiato il mondo ed è cambiato Giletti. Allora eravamo in pochi a fare inchieste e lavoro giornalistico in televisione. C’eravamo noi, Santoro, Vespa. Oggi ci sono decine di programmi che, dalla mattina alla sera, raccontano o tentano di raccontare cosa succede nel nostro Paese. Io ero un giovane pieno di speranze che viveva di sogni e che ha realizzato il suo arrivo lì da solo, senza aiuti o appoggi di nessun tipo, cosa di cui vado molto fiero. Entrando in quelle stanze ho pensato che a volte c’è un destino più alto di noi. Ho iniziato lì e probabilmente finirò la mia carriera in quelle stesse stanze. Dal punto di vista emozionale è stato fortissimo rientrare dove sono cresciuto. Se sono quello che sono oggi lo devo interamente a Minoli, che ha creduto in me dandomi una grande possibilità. Poi ci avrò messo del mio, ma senza di lui non sarei qui.

In passato ha spesso citato anche Michele Santoro come un altro punto di riferimento fondamentale per la sua crescita professionale. Che cosa ha rappresentato per lei?

Santoro, come me, è uno che va controcorrente. Dal punto di vista della gestione teatrale, del palcoscenico, della scrittura e della sceneggiatura è sempre stato un punto di riferimento, anche per il coraggio di non accodarsi mai. Ho voluto fortemente la sua presenza nel mio programma e l’ho riportato in Rai dopo anni di assenza perché, anche quando non sono d’accordo con lui, riconosco che ha un modo di far riflettere e di entrare nelle cose che non si ferma alla verità apparente, ma va oltre. È sempre complicato trovare intellettuali di questo spessore.

Parlando della sua storia televisiva, L’Arena è stato un programma amato dal pubblico. Poi sono arrivati dei tagli. Com’è stato il rientro in Rai dopo un addio che non era stato affatto semplice?

Credo di essere uno dei pochi conduttori a cui hanno chiuso il programma due volte nella vita nonostante facesse ascolti importanti. Ricordo quando il Direttore Generale Orfeo decise di chiudere L’Arena su Rai 1, mentre facevamo 4 milioni e mezzo di spettatori e oltre il 22% di share la domenica parlando di stretta attualità. È successa la stessa cosa nel momento in cui Cairo, nell’aprile del 2023, ha deciso di chiudere in anticipo Non è l’Arena, nonostante fossimo i più visti (da gennaio ad aprile) della rete con oltre il 6% di ascolto. Sono vere e proprie tempeste nelle quali entri e non sai come ne uscirai, ma gli uomini veri si vedono nelle difficoltà. Grazie al mio gruppo di lavoro e ai ragazzi che sono rimasti con me, siamo riusciti tutte e due le volte a ricostruire prodotti televisivi importanti. Non bisogna mai abbattersi, ma trovare le forze per reagire.

Massimo Giletti
Torna Lo Stato delle Cose, Rai3 (Credits Raiplay)

Durante l’ultima stagione sono circolate diverse voci su una presunta chiusura anticipata de Lo stato delle cose, poi ridimensionate dalla Rai che ha precisato trattarsi di una riprogrammazione legata ai tetti di spesa di rete. Cos’è successo davvero dietro le quinte?

Ho imparato a non guardare a quello che è successo nel passato. Dico solo che, strategicamente, un’azienda dovrebbe puntare sui programmi che funzionano e rafforzarli, avendo magari il coraggio di tagliare chi non fa ascolti. Questo non sempre viene fatto, ma non voglio tornare su polemiche passate. Guardo al futuro e ringrazio la Rai e il Direttore Corsini per la fiducia dimostrata nel prendere e gestire un programma come Lo stato delle cose. Guardarsi indietro non serve.

Lei ha anticipato che tornerà sul caso Ranucci-Lavítola. Cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime inchieste de Lo Stato delle Cose?

Proporremo un’intervista importante a Benjamin Chimutengo, l’uomo con cui Lavítola faceva affari sul business del carbon credit e che poi è diventato il suo più grande nemico. È la prima volta che parla in TV e si mostra in volto; siamo andati direttamente in Zimbabwe per realizzarla. Accendiamo i riflettori su questo mondo oscuro dell’Africa e sul ruolo di Lavítola e del suo factotum Clelio Taba Gomez Tavares. Dopodiché proseguiamo con un’inchiesta molto corposa sui personaggi legati alla vicenda dell’attentato.

Nei mesi scorsi il suo nome è circolato insistentemente nel “totonomi” per la conduzione di Report, come potenziale erede  di Sigfrido Ranucci. Ci sono stati contatti concreti con la Rai per affidarle le redini della trasmissione? 

Report è un programma fondamentale che ha fatto la storia e ricordo che nasce proprio come una costola di Mixer, da un’idea di Milena Gabanelli e Giovanni Minoli. Che circoli il mio nome o che lo si accosti a un brand così importante non può che farmi piacere, ed è normale che girino determinate voci, ma eventuali contatti sono cose riservate. Dopodiché, sono decisioni che vanno estremamente ponderate: serve rispetto per il gruppo di lavoro. Io ho la mia squadra e cambiare in corsa significherebbe tradire la fiducia di ragazzi che credono in me da una vita e che non avrei potuto portare altrove. Ognuno deve fare il suo lavoro.

Lei a LA7 ci ha lavorato, prima di arrivare nuovamente in Rai. Di recente Enrico Mentana ha dichiarato che la rete è ormai diventata una “TV anti-meloniana”: lei che l’ha vissuta dall’interno, condivide questa analisi?

Ho vissuto sei anni importanti a LA7 all’interno del nucleo diretto da Salerno, che ha grandissime qualità e ha creato una rete ideologicamente schierata che fa ascolti. Il problema sollevato da Mentana, tuttavia, sussisteva anche quando c’ero io, era evidente. Mentana non fa altro che fotografare un dato di fatto con il coraggio e l’onestà intellettuale che lo contraddistinguono, evidenziando una realtà presente già ai miei tempi, quando io rappresentavo l’unica isola alternativa.

In carriera lei ha spaziato molto, conducendo format d’intrattenimento leggeri come Domenica In fino ai grandi eventi sulla musica, come le serate speciali su Mogol. Le manca mai quel tipo di TV più spensierata o meno legata alla stretta cronaca?

Guardo a quelle esperienze con nostalgia e come a una parte fondamentale della mia vita. Mi sono sempre definito un “televisionista”: la TV si fa a 360 gradi. Raccontare la musica in un certo modo, senza farla diventare un semplice jukebox, è stato straordinario. Porto con me il ricordo di una serata dedicata a Zucchero andata in onda a mezzanotte, in cui attorno a un tavolo c’eravamo io, Guccini, De Gregori e lo stesso Zucchero a raccontare l’Italia degli anni ’60 e ’70 attraverso le canzoni dell’epoca. Ecco, quel tipo di approfondimento culturale mi manca, ma fa parte del mio bagaglio.

Parlando di musica e grande pubblico, viene spontaneo pensare al palcoscenico di Sanremo. In un percorso vario come il suo, la tentazione di guidare il Festival non c’è mai stata?

Tanti anni fa dissi ironicamente: “Farò come Raimondo Vianello, arriverò a 76 anni e qualcuno si ricorderà di chiamarmi a Sanremo, magari solo per darmi un Oscar alla carriera”. Ecco, credo che andrà esattamente così. Se non sarò già in un ospizio, forse a 76 anni mi chiameranno per un premio alla memoria, ma ad oggi la vedo molto difficile!

Sono ormai diversi anni che lei vive sotto scorta per il suo lavoro d’inchiesta. C’è mai stata una volta in cui ha pensato di dire “basta” e fare un passo indietro?

Mai. Una delle poche certezze che ho è che il coraggio sta proprio nell’andare avanti, nonostante si sappia benissimo che c’è un prezzo alto da pagare. So bene che sarebbe molto più facile girarsi dall’altra parte, ma se ci si gira dall’altra parte, mi chiedo: che senso ha fare questo lavoro? Il giornalismo non si fa così.

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