La Procura generale dello Sport ha respinto la richiesta di archiviazione sull’indagine relativa al mancato tesseramento di Giovanni Malagò al momento della candidatura alla presidenza della Figc. Una decisione che riapre una vicenda cominciata prima dell’elezione del 22 giugno e che potrebbe mettere in discussione la permanenza dello stesso Malagò alla guida della Federazione.
Il presidente Figc era stato eletto il 22 giugno 2026 con il 69% dei voti, superando Giancarlo Abete. A sollevare il caso era stato Renato Miele, avvocato ed ex calciatore della Lazio che aveva tentato a sua volta di candidarsi alla presidenza federale, senza però ottenere gli accrediti necessari da parte delle componenti della Federazione. Miele aveva quindi impugnato l’ammissione delle candidature di Malagò e Abete e, successivamente, anche l’elezione del nuovo presidente.
Malagò, perché il mancato tesseramento può diventare un problema
Il punto riguarda l’interpretazione dell’articolo 29 dello Statuto Figc, secondo cui possono essere eletti o nominati alle cariche federali i candidati che risultino “in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura”. Dagli accertamenti della Procura federale è emerso che Malagò, in quel momento, non possedeva una tessera Figc.
Su cosa significhi esattamente quella formula, però, Figc e Procura generale hanno dato due interpretazioni diverse. Il procuratore federale Giuseppe Chinè aveva proposto l’archiviazione sostenendo che essere “in regola con il tesseramento” non significherebbe necessariamente essere già tesserati.
La Procura generale dello Sport ha respinto questa interpretazione. Ugo Taucer ha chiesto nuovi approfondimenti, osservando che non si può essere “in regola” con un tesseramento senza essere prima effettivamente tesserati. La Procura federale è stata quindi invitata a integrare l’istruttoria e a sottoporre la questione agli organi federali, mentre della vicenda verrà informato anche il Coni.
Da dove nasce il ricorso di Renato Miele
La vicenda risale alla fase precedente alle elezioni Figc. Renato Miele aveva presentato la propria candidatura alla presidenza, ma era stato escluso perché non disponeva dell’accredito richiesto dallo Statuto: per concorrere è infatti necessario ottenere il sostegno di almeno la metà più uno dei delegati di almeno una Lega o componente tecnica.
Miele aveva contestato davanti alla giustizia sportiva non soltanto la propria esclusione, ma anche l’ammissione di Malagò e Giancarlo Abete, sostenendo tra le altre cose che mancasse il requisito del tesseramento. Dopo l’elezione del 22 giugno aveva chiesto anche la sospensione di Malagò dalle funzioni di presidente e l’annullamento della procedura elettorale.
I giudici sportivi non hanno però finora riconosciuto nel merito le sue richieste. Proprio per questo, a luglio, Taucer aveva sollecitato la Procura Figc ad accertare autonomamente la posizione di Malagò. L’indagine di Chinè ha confermato l’assenza del tesseramento, ma aveva concluso che questo non fosse sufficiente a rendere illegittima la candidatura. È proprio questa conclusione che ora la Procura generale ha rimesso in discussione.
Cosa rischia ora Giovanni Malagò
Il prossimo passaggio potrebbe arrivare direttamente al Coni, presieduto da Luciano Buonfiglio. La questione potrebbe essere affrontata già nella Giunta nazionale prevista per il 15 settembre, anche se al momento non è confermato che la pratica venga inserita formalmente all’ordine del giorno.
La conseguenza più pesante sarebbe la decadenza di Malagò dalla presidenza della Figc, qualora venisse stabilito definitivamente che il tesseramento rappresentava un requisito indispensabile per candidarsi.
