Durante la guerra del Vietnam c’era una voce che migliaia di soldati americani conoscevano molto bene. Arrivava dalle frequenze di Radio Hanoi, parlava un inglese quasi perfetto e si rivolgeva direttamente ai militari statunitensi con un tono calmo, quasi rassicurante. «How are you, G.I. Joe?», iniziavano spesso le trasmissioni. Poi arrivava il resto: i nomi dei soldati uccisi, le notizie sulle proteste contro la guerra negli Stati Uniti e un messaggio ripetuto con insistenza: il vostro governo vi ha mandato a morire e vi ha abbandonati.
Per gli americani era “Hanoi Hannah”. Il suo vero nome era Trịnh Thị Ngọ e lavorava per la radio di Stato del Vietnam del Nord. Dal 1965 al 1973 fu la voce più nota della propaganda vietnamita rivolta alle truppe statunitensi, diventando uno dei simboli della cosiddetta guerra psicologica.
Chi era Hanoi Hannah
Ngọ era nata ad Hanoi nel 1931 in una famiglia benestante. Da giovane aveva studiato l’inglese perché voleva guardare i film americani senza sottotitoli e, proprio grazie alla sua pronuncia, entrò alla Voice of Vietnam, dove inizialmente leggeva i notiziari destinati al pubblico internazionale. Quando gli Stati Uniti aumentarono il proprio coinvolgimento nella guerra, fu scelta per condurre un programma rivolto esclusivamente ai soldati americani. In radio utilizzava il nome Thu Hương (“Fragranza d’autunno”), mentre i G.I. finirono per ribattezzarla Hanoi Hannah.
Le trasmissioni duravano circa mezz’ora e andavano in onda tre volte al giorno. Alternavano musica occidentale, notizie sulle manifestazioni pacifiste negli Stati Uniti e lunghi monologhi che invitavano i soldati a disertare o a tornare a casa.
“The Lady of Truth”
In alcune trasmissioni Hannah si presentava anche come “The Lady of Truth”, “la signora della verità”, sostenendo che le informazioni diffuse da Hanoi fossero più affidabili di quelle ricevute dai militari attraverso i canali ufficiali americani. Uno degli elementi che più colpivano i soldati era la lettura dei nomi dei caduti. Hannah annunciava nome, grado e città d’origine di militari statunitensi appena uccisi, spesso accompagnando l’elenco con la frase secondo cui Washington li aveva mandati a morire inutilmente.
Molti veterani raccontarono di essersi chiesti come la radio nordvietnamita ottenesse informazioni così precise. Secondo quanto ricostruito negli anni successivi, gran parte dei dati proveniva in realtà da fonti pubbliche statunitensi, come il giornale militare Stars and Stripes, che pubblicava gli elenchi dei caduti. Proprio questa apparente capacità di conoscere dettagli sulle unità americane contribuì però ad alimentare numerose leggende tra i soldati.
Visualizza questo post su Instagram
Il mistero dei necrologi
Tra le testimonianze più note c’è quella del veterano Henry “Dick” Thompson, che ricordò come Hannah leggesse continuamente quelli che i soldati chiamavano “obituaries”, veri e propri necrologi con nomi e cognomi dei militari americani. Per molti G.I. non era chiaro da dove arrivassero quelle informazioni: alcuni pensavano che fosse il governo statunitense ad aver già dato quei soldati per morti, altri sospettavano l’esistenza di una talpa che passava informazioni ai nordvietnamiti. In entrambi i casi, l’effetto psicologico era lo stesso: insinuare il dubbio che i soldati fossero ormai sacrificabili e dimenticati dal proprio Paese.
Il messaggio rivolto ai soldati afroamericani
Una parte importante delle trasmissioni era rivolta ai militari afroamericani, che rappresentavano una quota significativa delle truppe statunitensi durante la guerra. Hannah sfruttava apertamente le tensioni razziali negli Stati Uniti, ricordando gli assassinii di leader per i diritti civili, le discriminazioni e le violenze subite dalla comunità nera.
In uno dei messaggi più noti sosteneva che un soldato nero rischiasse di essere trattato con maggiore dignità da morto in Vietnam che da vivo negli Stati Uniti, accusando Washington di chiedere agli afroamericani di combattere per libertà che loro stessi non godevano in patria. In altre occasioni citava casi di soldati neri arrestati o discriminati all’interno dell’esercito, invitandoli a non diventare “vittime del razzismo”.
Funzionò davvero?
Le testimonianze raccolte negli anni raccontano una realtà più sfumata. Molti soldati ascoltavano Hanoi Hannah per curiosità o addirittura per divertimento, ridendo delle esagerazioni propagandistiche. Ma quasi tutti ricordano di averla ascoltata almeno qualche volta. La sua forza non era tanto convincere i militari a disertare, quanto sfruttare paure già esistenti: la lontananza da casa, le crescenti proteste contro la guerra negli Stati Uniti e il timore di essere coinvolti in un conflitto sempre più impopolare. Come accade spesso nella propaganda, la credibilità nasceva dal mescolare fatti reali, informazioni pubbliche e messaggi costruiti per minare il morale del nemico.
Ti potrebbe interessare: Vietnam, 3.500 tombe riesumate per il resort di lusso di Trump
