Le ultime tragedie consumate all’interno delle famiglie italiane riaprono il dibattito sulla detenzione delle armi da parte di persone che attraversano momenti di grave fragilità psicologica. A intervenire è Luca Di Bartolomei, figlio di Agostino, storico capitano della Roma morto suicida nel 1994, che in una lettera al Corriere della Sera invita a spostare l’attenzione dalla sola ricostruzione dei fatti agli strumenti di prevenzione.
Il punto di partenza sono tre episodi avvenuti nel giro di pochi giorni: Pietralata, Apice e Finale Ligure. Vicende differenti per contesto e dinamica, accomunate però da un elemento: la presenza di un’arma da fuoco all’interno di una crisi familiare conclusa con più vittime.
Per Di Bartolomei, descrivere questi casi semplicemente come “omicidi-suicidi” rischia di trasformare una formula giornalistica in una spiegazione. La questione, sostiene, è capire se esistano meccanismi capaci di impedire che una condizione di sofferenza estrema incontri con tanta facilità la disponibilità di un’arma.
Il peso della storia personale
La riflessione di Luca Di Bartolomei nasce inevitabilmente anche dal rapporto con il padre. Agostino Di Bartolomei si tolse la vita il 30 maggio 1994 utilizzando un’arma da fuoco. Un episodio che il figlio ha affrontato più volte negli anni e che oggi torna a leggere alla luce dei fatti di cronaca più recenti.
Nella lettera racconta di essersi chiesto perché il padre, nel momento più difficile della propria vita, abbia scelto di rivolgere la violenza soltanto contro se stesso. Una domanda senza risposta certa, alla quale associa anche il possibile ruolo della fede cattolica di Agostino.
Non è però questo, chiarisce, il centro del suo ragionamento. La questione riguarda piuttosto il rapporto tra sofferenza psichica e disponibilità materiale di un’arma, due elementi che, quando si incontrano, possono trasformare una crisi individuale in una tragedia collettiva.
Il nodo dei controlli sulle armi
Da qui la richiesta di rendere effettivi i controlli tra sistema sanitario e autorità di pubblica sicurezza. Di Bartolomei richiama una normativa che consentirebbe, in presenza di determinate condizioni, di intervenire sulla possibilità di detenere armi.
La proposta è quella di far dialogare in modo più efficace Asl, servizi sanitari e questure, così che eventuali situazioni di grave vulnerabilità possano portare a una rivalutazione dell’idoneità al possesso di pistole o altri strumenti da fuoco.
Nel suo intervento cita, tra gli esempi, persone in cura per depressione, sottoposte a terapie farmacologiche o reduci da ricoveri psichiatrici. L’obiettivo non è, nel suo ragionamento, criminalizzare chi affronta un problema di salute mentale, ma ridurre la possibilità che una fase di forte instabilità venga accompagnata dall’accesso immediato a un’arma.
“Non è un destino”
Il punto politico arriva alla fine. Secondo Di Bartolomei, continuare a rinviare l’attuazione di controlli più efficaci significa accettare un rischio che potrebbe invece essere almeno in parte ridotto.
Nessun sistema, ammette implicitamente la sua riflessione, può garantire che tragedie simili non accadano più. Ma tra l’impossibilità di prevedere ogni gesto e la rinuncia a intervenire esiste uno spazio occupato dalla prevenzione.
Ed è proprio qui che si concentra il suo appello: le stragi familiari non possono essere considerate soltanto l’esito imprevedibile di una crisi privata quando esistono strumenti pubblici che potrebbero limitarne le conseguenze.
“Continuare a rimandare”, scrive Di Bartolomei, “è una scelta politica, trasversale, non un destino”.
