La morte di Ratko Mladić non ha chiuso i conti della Serbia con le guerre degli anni Novanta. Al contrario, li ha riportati in primo piano. A due giorni dalla scomparsa dell’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, morto all’Aia mentre scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, Belgrado discute ora di come accoglierne la salma e di quali onori riservargli.
A incendiare il confronto è stato il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić, secondo cui Mladić riceverà “tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto”. Il luogo della sepoltura, ha precisato, sarà invece deciso dalla famiglia. La Serbia si è detta pronta a collaborare per il trasferimento del corpo non appena arriverà il via libera dalle autorità dell’Aia.
La posizione del presidente Aleksandar Vučić è stata però più sfumata. Il capo dello Stato non ha confermato direttamente l’ipotesi dei massimi onori e ha spiegato che Belgrado farà quanto richiesto dai familiari. Secondo fonti serbe, Mladić avrebbe espresso il desiderio di essere sepolto a Belgrado accanto alla figlia Ana, morta nel 1994.
Vučić attacca l’Aia: “Volevano che morisse in carcere”
Vučić ha concentrato il suo intervento soprattutto sul trattamento riservato all’ex generale negli ultimi mesi di vita. Ha accusato il Meccanismo residuale delle Nazioni Unite di avere respinto la richiesta di scarcerazione per motivi umanitari con l’obiettivo di impedirgli di tornare in Serbia.
Per il presidente serbo si sarebbe trattato di un comportamento “incivile” e ingiustificabile. Vučić ha inoltre denunciato, a suo giudizio, un diverso trattamento tra Mladić e altri condannati per crimini commessi contro i serbi e ha annunciato che porterà il tema delle sofferenze patite dalla popolazione serba negli anni Novanta davanti all’Assemblea generale dell’Onu.
Il tribunale internazionale ha sempre respinto queste accuse. L’ultima richiesta di rilascio era stata negata pochi giorni prima della morte, sostenendo che Mladić ricevesse un’assistenza sanitaria adeguata e potesse beneficiare di visite familiari particolarmente estese.
Dopo il decesso è stata aperta un’inchiesta interna prevista per le morti avvenute sotto custodia. Secondo Associated Press, le autorità olandesi non hanno invece avviato un’indagine penale né disposto un’autopsia.
Bruxelles mette in guardia la Serbia
L’annuncio degli onori ha provocato la reazione dell’Unione europea. La Commissione ha ricordato che la celebrazione di persone condannate per crimini di guerra è incompatibile con i valori fondamentali dell’Ue e che una simile glorificazione non può trovare spazio neppure nei Paesi candidati all’adesione.
Il richiamo riguarda direttamente Belgrado, candidata all’ingresso nell’Unione. Bruxelles ha sottolineato che Mladić stava scontando una condanna definitiva all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica e altri crimini e ha chiesto alle autorità serbe di chiarire quale sarà concretamente il loro coinvolgimento nelle esequie qualora la famiglia scelga la Serbia per la sepoltura.
Mladić era stato condannato in primo grado nel 2017 e definitivamente nel 2021. I giudici lo riconobbero responsabile, tra l’altro, del genocidio di Srebrenica del luglio 1995, nel quale furono assassinati più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi, e della campagna di terrore condotta durante l’assedio di Sarajevo.
Striscioni e celebrazioni: il mito di Mladić non è morto
La polemica istituzionale corre parallela alle manifestazioni di sostegno apparse nelle ultime ore in Serbia e nella Republika Srpska. Sul ponte Branko di Belgrado è comparso un grande striscione con l’immagine dell’ex generale in uniforme e un messaggio che lega la sua battaglia alla libertà del popolo serbo. In Bosnia, centinaia di persone si sono radunate anche a Zvornik per rendergli omaggio.
La celebrazione è arrivata anche nel calcio. Durante la sfida europea tra Stella Rossa e Viktoria Plzeň, i tifosi del club di Belgrado hanno esposto uno striscione in memoria di Mladić e intonato cori con il suo nome.
Il Memoriale di Srebrenica ha presentato una denuncia alla Uefa chiedendo l’esclusione permanente della Stella Rossa dalle competizioni europee, contestando anche la scelta del club di diffondere sui propri canali social immagini nelle quali gli striscioni erano visibili. Secondo Anadolu, la Uefa avrebbe successivamente avviato un procedimento sul caso.
La spaccatura attraversa anche l’opposizione serba
Non esiste, tuttavia, una posizione unitaria neppure all’interno della Serbia. Il settimanale indipendente Vreme ha raccolto reazioni molto diverse tra i leader dell’opposizione.
Il presidente del Nuovo Partito democratico serbo Miloš Jovanović sostiene che Mladić meriti i massimi onori militari, mentre Srđan Milivojević, leader del Partito democratico, considera un funerale di Stato un messaggio particolarmente grave verso i bosgnacchi che vivono in Serbia. Anche Pavle Grbović, del Movimento dei cittadini liberi, e Radomir Lazović, del Fronte verde-sinistra, hanno chiesto che lo Stato non partecipi alla glorificazione dell’ex comandante.
A sostenere Mladić sono invece diversi esponenti del nazionalismo serbo e serbo-bosniaco. Milorad Dodik ha parlato della sua morte come di un “omicidio”, mentre dalla Russia sono arrivate le condoglianze del segretario del Consiglio di Sicurezza Sergej Shoigu. Mosca ha contestato ancora una volta il trattamento riservato all’ex generale dal tribunale internazionale.
La vicenda dimostra quanto, a oltre trent’anni dalla guerra in Bosnia, la memoria di Mladić continui a dividere profondamente i Balcani. Per i tribunali internazionali è il comandante condannato per uno dei peggiori massacri avvenuti in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Per una parte del mondo politico e dell’opinione pubblica serba resta invece un simbolo della difesa nazionale.
Ed è proprio questa distanza, più ancora della scelta sul luogo della tomba, a trasformare il funerale in un nuovo caso politico internazionale.
