Cinquant’anni di cinema, decine di film e una carriera attraversata da commedie diventate cult e ruoli drammatici. Ma per Diego Abatantuono il successo non è stato sempre semplice da gestire. L’attore, che dal 3 settembre tornerà nelle sale con Il malloppo, accanto al Mago Forest e Max Angioni, ha ripercorso in un’intervista a Repubblica gli inizi della sua avventura nel cinema, raccontando anche uno dei momenti più difficili della sua carriera.
Abatantuono e i soldi spariti agli inizi della carriera
Abatantuono arrivò sul grande schermo giovanissimo, dopo l’esperienza nel cabaret milanese. Il successo fu quasi immediato e i ritmi diventarono presto frenetici: dodici film girati nell’arco di appena due anni. Un periodo di grande euforia nel quale, ammette oggi, commise anche diversi errori.
Il più pesante riguardò proprio la gestione dei guadagni. «Pensavo di avere tanti soldi», ha raccontato. Poi la scoperta: chi si occupava dei suoi affari non aveva pagato le tasse né versato l’Iva e, secondo il racconto dell’attore, era stato sottratto anche un libretto al portatore che aveva insieme alla madre. “Fu difficile”, ricorda Abatantuono parlando di quella brusca presa di coscienza arrivata mentre la sua popolarità continuava a crescere.
Con il tempo riuscì a superare quel periodo e a cambiare anche il modo di scegliere i progetti. Più che inseguire il successo, iniziò a cercare le persone con cui sentiva di poter lavorare bene.
Le occasioni con Comencini, Scola e Pupi Avati
Tra gli incontri decisivi della sua carriera c’è quello con Luigi Comencini, che lo volle in Un ragazzo di Calabria. Nello stesso periodo Abatantuono avrebbe potuto partecipare a Soldati – 365 all’alba di Marco Risi, ma preferì non lasciarsi sfuggire la possibilità di lavorare con Comencini e Gian Maria Volonté.
Una scelta simile lo portò poi a lavorare con Ettore Scola, diventato anche un amico, mentre l’incontro con Pupi Avati arrivò quasi per caso. Il regista, ha ricordato Abatantuono, aveva inizialmente pensato a Lino Banfi, che però aveva rifiutato il progetto. Una coincidenza che per l’attore dimostra quanto il destino possa pesare anche nel cinema.
Oggi, dopo mezzo secolo trascorso sui set, Abatantuono continua a lavorare e a scherzare anche sugli inevitabili acciacchi. Durante le riprese de Il malloppo si è fatto male a una gamba dopo essere inciampato mentre si girava per salutare una fan. La sua filosofia, però, è sempre la stessa: pensare a come sarebbe potuta andare peggio e tranquillizzarsi.
“Il mio vero malloppo è la famiglia”
A 71 anni, Abatantuono continua soprattutto a cercare occasioni per ridere. Tra i film che ancora oggi riescono a divertirlo cita Una vita difficile, La grande guerra, C’eravamo tanto amati e le pellicole di Totò. Ma ammette che “rispetto a una volta c’è un po’ meno da ridere”.
Il pubblico più importante, ormai, è quello di casa. “Passo la giornata a dire cagate e sperare che i miei figli ridano. Loro sono il mio target”, racconta. E proprio la famiglia è diventata, riprendendo il titolo del suo nuovo film, il suo vero “malloppo”.
Una consapevolezza maturata anche frequentando alcuni giganti del cinema italiano, come Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. Quando chiedeva loro quale fosse il principale rimpianto della vita, racconta, la risposta era spesso la stessa: aver trascorso troppo poco tempo con i figli.
C’è infine un’altra priorità che Abatantuono porta avanti lontano dai set: piantare alberi. L’attore considera questa scelta una delle azioni più concrete da compiere oggi contro caldo e inquinamento e propone persino una regola: legare ogni nuova costruzione all’obbligo di piantare nuovi alberi. Un “malloppo” diverso da quello inseguito agli inizi della carriera, fatto meno di soldi e molto più di famiglia, tempo e cose da lasciare agli altri.
