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Che ci faccio qui, intervista a Domenico Iannacone: “La mia è una televisione sociale, ma soprattutto politica. Le mie storie richiedono libertà”

Dal successo in prima serata ai palcoscenici teatrali, intervista al giornalista che racconta le "storie minime" per risvegliare il pensiero critico e il senso dell'umano.

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Domenico Iannacone

Intervista a Domenico Iannacone (Credits Raiplay)

Carmela Cassese di Carmela Cassese

La cifra giornalistica di Domenico Iannacone la riconosci subito, perché è decisamente in controtendenza. Nei suoi racconti non occupa spazi, li crea spogliando la narrazione del superfluo, abbassando i toni, allungando i tempi e aspettando che le storie prendano coraggiosamente vita.

Con lui si consolida l’idea di una televisione che rinuncia, per scelta, ai facili consensi e punta invece a sollevare interrogativi critici, profondi e sempre aperti, capaci di lasciare un segno, con una potenza tanto feroce quanto delicata, ben oltre la fine della messa in onda.

Una linea editoriale che premia anche sul piano dei numeri. La puntata del 23 giugno ha registrato il 7,6% di share, raggiungendo 1.180.000 spettatori in una collocazione di palinsesto tutt’altro che semplice. Alanews l’ha incontrato.

L’ultima serie di Che ci faccio qui è stata collocata in una fascia oraria che poteva rivelarsi un’incognita rischiosa, eppure gli ascolti vi hanno premiato. Si aspettava una risposta così solida da parte del pubblico?

“Non mi ha meravigliato. La collocazione era problematica, perché mandare in onda un programma di approfondimento partito in contemporanea con le partite dei Mondiali poteva essere rischioso dal punto di vista degli ascolti. Ero però sicuro della qualità del lavoro fatto e, soprattutto, dello zoccolo duro di telespettatori che segue la trasmissione. Che ci faccio qui ha consolidato la sua missione televisiva ed è ormai un programma riconoscibile fin dal primo fotogramma. È come se il pubblico sapesse già a cosa va incontro e quali mondi andrà a esplorare. Questo, per me, è il risultato più importante: aver costruito nel tempo un rapporto di fiducia con chi ci guarda.”

Come arrivano a lei le storie che vediamo in onda? E qual è il momento esatto in cui capisce che una vicenda umana ha la forza necessaria per diventare un suo racconto?

“Molto di quello che racconto nasce da esperienze e rapporti personali. Le storie che mi interessano di più sono le ‘storie minime’, quelle che appartengono a un mondo defilato e non hanno nulla di eclatante, ma che per me rappresentano un vero e proprio archetipo della vita. Credo che il pubblico le ami perché sono vicende comuni. È proprio dove manca la spinta a mettersi in mostra che spesso si annida la parte più profonda e autentica dell’uomo. Dico sempre che cerco storie capaci di creare un ‘reagente morale’, sia per me che le racconto, sia per chi le guarda da casa. Questo reagente non è altro che il pensiero critico che si attiva dopo la visione. Per me significa lasciare una domanda, non consegnare una risposta. Se una storia continua a interrogarci quando i riflettori si sono spenti, allora ha davvero compiuto il suo lavoro.”

Domenico Iannacone
Iannaccone, Che Ci Faccio Qui (Credits Instagram Instarai3)

C’è un incontro che l’ha segnata più di altri?

“Paradossalmente, le storie che ho raccontato sono così forti che me le porto dentro e ci convivo. A seconda del momento che sto vivendo, tornano a galla con una forza diversa e per questo potrei citarne molte. Ma, se devo rispondere oggi, dico Quel che resta dei giorni, la prima puntata della nuova serie di quest’anno, che racconta l’hospice di Larino. Entrare in un luogo in cui si affronta la morte, un tema che la televisione spesso evita proprio perché fa paura, e confrontarsi pienamente con tutte le sue sfaccettature e con il tempo che resta ai pazienti è stato per me molto provante. Ancora oggi sento addosso la tensione emotiva di quei giorni. In quell’hospice opera un medico illuminato, Mariano Flocco, che attraverso la terapia del dolore compie un’azione di cura verso persone affette da malattie irreversibili. È una realtà che mi ha permesso di raccontare un’umanità che altrimenti non avrebbe trovato spazio. E mi ha ricordato quanto, anche davanti alla morte, la vita possa conservare una straordinaria densità.”

Ad oggi sente di avere tutta la libertà necessaria per raccontare le storie che sceglie?

“Io faccio questo lavoro perché ho fatto una scelta che poteva sembrare defilata. Raccontare la società nelle sue manifestazioni più nascoste è a tutti gli effetti un’azione politica. E quando dico politica non intendo ideologica, ma politica nel senso più puro: raccontare pezzi di società e dare voce a chi non ce l’ha. Definire la mia una ‘televisione sociale’ è riduttivo e restituisce un’idea sbagliata di quello che faccio. Il mio lavoro è sociale, ma è anche e soprattutto politico. Se mettessimo insieme tutte le puntate che ho realizzato in questi anni, si potrebbe scrivere un vero e proprio programma politico costruito sulle istanze emerse dai racconti. Ecco perché mi considero libero: non inseguo un’agenda dettata da altri, seguo le storie. Sono loro a indicarmi la direzione. E per seguirle fino in fondo serve libertà. È questa libertà che mi permette di guardare il mondo da tutte le angolazioni.

Che ci faccio qui è diventato nel tempo anche un’esperienza teatrale: come è nato il passaggio e cosa è cambiato?

“Quando la Rai ha deciso di non mandarmi in onda per un periodo, mi sono chiesto come poter salvare un lavoro per me così importante e portato avanti per anni. Mi sono detto che, se in quel momento la TV mi era preclusa, avrei trovato un altro modo per tornare a raccontare le storie dal vivo. Sul piccolo schermo parlo pochissimo, mentre sul palco ho riconquistato la parola. Questo mi permette di dare una nuova direzione ai racconti e ai monologhi che ho ideato, affrontandoli da prospettive del tutto inedite. Il pubblico ha risposto con grande calore ed è stato un banco di prova fondamentale per dimostrare come il percorso sul campo prima, e la scena poi, possano significare molto per chi ha voglia di ascoltare narrazioni profonde, capaci di restare dentro. A teatro sto portando avanti una ricerca ancora più ampia, incentrata sul senso dell’umano, e sono già al lavoro per un nuovo allestimento. Per la prossima stagione vorrei realizzarne uno incentrato sul tema della corporeità. Voglio creare qualcosa con un impianto scenografico diverso, mettendomi in gioco direttamente, in prima persona. È un’altra sfida su cui intendo puntare.”

Tornerà nella prossima stagione televisiva?

“Sì! Quello che è accaduto quest’anno ha consolidato il lavoro portato avanti nel tempo. Potrebbe esserci forse una doppia collocazione: una tardo-primaverile e l’altra autunnale, così da realizzare due serie differenti. Mi piacerebbe continuare a lavorare con lo stesso grado di libertà e di cura che Che ci faccio qui ha avuto finora.”

Qual è l’auspicio o la sfida più grande che lancia al mondo della televisione di oggi?

“Servono osservazione e complessità. Se la TV imparasse a cogliere le sfaccettature del reale, la società stessa ne verrebbe trasformata. Fermarsi alla superficie è un rischio enorme, soprattutto in un momento storico già drammaticamente superficiale. La televisione dovrebbe tornare a guardare il reale senza avere sempre fretta di semplificarlo. Ha il compito di aprire domande, mettere in crisi le certezze e restituire alle persone la complessità del mondo in cui vivono. In fondo, raccontare significa proprio questo: non semplificare la realtà per renderla più facile da consumare, ma provare a comprenderla e restituirla nella sua interezza.”

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