È morto all’ospedale dell’Angelo di Mestre il diciassettenne residente a Trento, ricoverato in Neurochirurgia dopo un tuffo dal pontile a Jesolo. Il decesso è arrivato dopo 4 giorni di ricovero, conseguenza di un grave trauma cervicale e di un arresto cardiaco. La sequenza ricostruita dagli operatori è netta: divieto segnalato, acqua bassa, impatto con il fondale.
La dinamica sul pontile di Jesolo
L’episodio è avvenuto all’altezza della torretta 17, nei pressi di piazza Marconi. Secondo quanto ricostruito, tra le 2.30 e le 3 il ragazzo — di origine marocchina — era in spiaggia con amici quando ha deciso di lanciarsi dal manufatto nonostante i cartelli che vietano i tuffi. Con la marea bassa, il fondale sabbioso era a poca profondità: l’impatto con la testa gli ha provocato un trauma alla colonna cervicale e il successivo arresto cardiaco. A quel punto ogni secondo ha contato.
Soccorsi, rianimazione e trasferimenti
Il giovane non è riemerso subito. Sono stati gli amici a riportarlo a riva e a chiedere aiuto. Sul posto sono arrivati i sanitari del SUEM 118 e della Croce Rossa, che hanno iniziato manovre di rianimazione prolungate fino a far ripartire il cuore. Stabilizzato e intubato, è stato trasferito all’ospedale di San Donà di Piave. In seguito, viste le condizioni e la necessità di un centro specialistico, il paziente è stato ricoverato in Neurochirurgia all’ospedale dell’Angelo di Mestre. Nonostante i trattamenti intensivi e il monitoraggio continuo, il quadro neurologico non è migliorato e il ragazzo è morto dopo quattro giorni di degenza.
Rischi in acque basse e segnali ignorati
Il caso richiama un rischio noto lungo il litorale veneziano: i tuffi dai pontili in condizioni di scarsa profondità. I cartelli che segnalano il divieto ci sono, ma l’abitudine a utilizzare i pontili come trampolino continua a riemergere, specie di notte. Con l’acqua bassa, l’errore di valutazione diventa immediatamente pericoloso: l’impatto con il fondo può provocare traumi cervicali con esiti invalidanti o fatali. Qui la sequenza è stata esemplare nella sua gravità: divieto, tuffo, urto, arresto cardiaco.
Il quadro nazionale: numeri e profili delle vittime
L’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti dell’Istituto Superiore di Sanità include i tuffi in acque basse tra i fattori ricorrenti negli incidenti. Tra il 2024 e il 2025 in Italia sono stati registrati oltre 600 annegamenti. I dati indicano una prevalenza maschile fra le vittime e una concentrazione degli episodi in mare e nelle acque interne. Sono numeri che confermano come condotte individuali a rischio e contesti non controllati restino un nodo centrale della prevenzione.
Prevenzione e rispetto dei divieti
La morte del 17enne riporta l’attenzione su ciò che è già scritto all’ingresso dei pontili: non tuffarsi. Le circostanze dell’incidente — orario notturno, marea bassa, segnaletica di divieto presente — mostrano quanto il rispetto delle regole riduca drasticamente il rischio. Da qui la richiesta che ricorre a ogni stagione: campagne mirate, informazione ai più giovani, controlli nei punti critici del litorale. I segnali di divieto lungo le spiagge veneziane restano in vigore e le strutture sanitarie continuano a sollecitare la prevenzione, alla luce dei numeri registrati dall’Istituto Superiore di Sanità.
