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La Gen Z ha fatto dimettere un ministro con un meme? La storia del partito delle blatte

Nato da una frase del capo della Corte Suprema, il CJP ha trasformato la rabbia per disoccupazione e test compromessi in una protesta nazionale

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Partite delle blatte | logo

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

Può un meme far cadere un governo?  Il caso del Partito delle blatte sembra suggerire di sì, ma la sua storia è più complessa e più interessante di un semplice scherzo diventato virale.

Nel giro di poche settimane, quello che era nato come una risposta sarcastica a una frase pronunciata dal presidente della Corte Suprema si è trasformato in una mobilitazione nazionale: tutto attraverso il simbolo dello scarafaggio. Il Cockroach Janta Party ha portato migliaia di persone nelle strade, raccolto milioni di follower e contribuito a mettere sotto pressione il ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan, che il 25 luglio ha annunciato di aver presentato al primo ministro Narendra Modi la propria lettera di dimissioni.

La storia del “Partito delle blatte”, però, è più complessa di quella di uno scherzo diventato virale. Perché dietro il meme ci sono la disoccupazione giovanile, un esame di Medicina compromesso dalla fuga delle domande e milioni di studenti che hanno smesso di considerare la propria precarietà un problema individuale.

Partito delle blatte, la frase del giudice che ha acceso la protesta

Tutto ha origine il 15 maggio 2026, durante un’udienza della Corte Suprema indiana legata alla designazione dei Senior Advocate e alla condotta professionale di un avvocato. Nel corso del dibattimento, il presidente della Corte Surya Kant ha parlato di giovani che non riescono a trovare un impiego o un posto nella professione e finiscono per diventare attivisti, giornalisti o utenti dei social pronti ad “attaccare tutti”.

Per descriverli ha utilizzato una parola destinata a uscire rapidamente dall’aula: “cockroaches”, scarafaggi.

Il giorno successivo Kant ha sostenuto che le sue dichiarazioni fossero state riportate in modo incompleto. Il riferimento, ha precisato, non era rivolto alla gioventù indiana nel suo insieme, ma a chi accede alle professioni attraverso titoli falsi o fraudolenti. La precisazione, tuttavia, è arrivata quando il significato politico della frase si era già imposto: quello di una delle più alte autorità del Paese che descriveva come parassiti giovani esclusi dal lavoro e dalle istituzioni.

Invece di limitarsi a respingere l’insulto, migliaia di persone hanno deciso di appropriarsene. Il 16 maggio Abhijeet Dipke, trentenne esperto di comunicazione politica, ha pubblicato una domanda di sei parole: “E se tutti gli scarafaggi si unissero?”. Nel giro di poche ore sono comparsi un sito, un simbolo e gli account del Cockroach Janta Party.

Il nome è una parodia esplicita del Bharatiya Janata Party, il BJP del primo ministro Narendra Modi. Basta sostituire “Janata”, popolo, con “Cockroach” per trasformare il partito di governo nel suo contrario: non più la voce ufficiale della nazione, ma quella di chi dalla nazione si sente trattato come un insetto.

Dipke non era completamente estraneo alla politica. Nel 2020 aveva collaborato con il gruppo social dell’Aam Aadmi Party, formazione di opposizione nata dal movimento anticorruzione, anche se oggi non risulta più legato al partito. Nel 2023 si era trasferito negli Stati Uniti per frequentare un master in pubbliche relazioni a Boston. La sua esperienza aiuta a spiegare l’efficacia comunicativa del CJP, ma non basta a liquidare il fenomeno come un’operazione costruita a tavolino.

Partito delle blatte, i numeri dietro il fenomeno social

La crescita è stata rapidissima, anche se i numeri devono essere collocati nel momento in cui sono stati rilevati. Nei primi giorni il profilo Instagram aveva già superato i 15 milioni di follower, contro gli 8,8 milioni dell’account del BJP. Reuters ha successivamente parlato di 22 milioni e poi di oltre 25 milioni di follower; all’inizio di giugno la CNN ne indicava più di 22 milioni. Non si tratta quindi di un unico dato definitivo, ma delle diverse fotografie di un account cresciuto di giorno in giorno.

Il Cockroach Janta Party non è però un partito nel senso elettorale del termine. Non partecipa alle elezioni e Dipke lo ha definito soprattutto un “gruppo di pressione giovanile”: un contenitore attraverso cui aggregare rivendicazioni legate alla disoccupazione, alla corruzione, al sistema educativo e alla difficoltà di accedere alle professioni.

Il passaggio dai social alla realtà è avvenuto anche attraverso azioni simboliche. Alcuni sostenitori si sono presentati sulle rive dello Yamuna, a Delhi, indossando costumi da scarafaggio e raccogliendo plastica e rifiuti. L’insetto che nell’immaginario comune vive nella sporcizia veniva così trasformato in quello che prova a ripulirla: non più il parassita della società, ma chi svolge un lavoro che le istituzioni non riescono a fare.

Il simbolo ha funzionato perché non chiedeva ai giovani di dimostrare di essere migliori dell’insulto ricevuto. Diceva qualcosa di più radicale: se siamo scarafaggi, allora saremo scarafaggi insieme.

Lo scandalo del test di Medicina

Il salto di qualità è arrivato quando questa identità collettiva si è legata a un caso concreto: il NEET-UG, il test nazionale attraverso cui si accede ai corsi universitari di Medicina.

L’esame si era svolto il 3 maggio 2026 e aveva coinvolto circa due milioni di candidati. Pochi giorni dopo, il ministero dell’Istruzione aveva segnalato alla polizia federale indiana la possibile circolazione anticipata delle domande. Il 12 maggio il Central Bureau of Investigation ha aperto formalmente un’indagine sulle irregolarità e sulla presunta fuga del materiale d’esame.

Gli accertamenti hanno poi portato all’arresto di diverse persone. Secondo il CBI, le domande di Chimica dettate agli studenti all’interno di un centro di preparazione coincidevano con quelle contenute nella prova ufficiale del 3 maggio. L’agenzia investigativa ha successivamente individuato anche presunti responsabili della diffusione delle domande di Biologia.

La National Testing Agency ha quindi annullato i risultati e disposto la ripetizione dell’esame a livello nazionale per il 21 giugno. Per gli studenti non significava soltanto dover sostenere nuovamente una prova estremamente competitiva. Significava vedere mesi o anni di preparazione subordinati a un sistema che non era riuscito a garantire la regolarità dell’esame.

Il Cockroach Janta Party ha trasformato questa frustrazione in una campagna nazionale. La richiesta non era più soltanto ripetere il test, ma individuare le responsabilità politiche dello scandalo. Il ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan è diventato il principale bersaglio delle proteste.

A giugno il movimento ha organizzato la sua prima grande manifestazione pubblica a New Delhi. Nelle settimane successive i cortei sono proseguiti, insieme a uno sciopero della fame e a iniziative sostenute anche da esponenti dell’opposizione. Durante alcune proteste la polizia ha fermato manifestanti e imposto restrizioni ai trasporti e alla connessione internet in alcune zone della capitale.

Il 25 luglio Pradhan ha annunciato di aver inviato la propria lettera di dimissioni a Modi, sostenendo di voler impedire che la crisi fosse utilizzata da quelle che ha definito “forze antinazionali”. Per il CJP si tratta del risultato politico più importante ottenuto dalla sua nascita. Al momento dell’annuncio, tuttavia, la presentazione delle dimissioni non equivaleva ancora necessariamente alla loro accettazione formale da parte del primo ministro.

Un meme ha davvero fatto dimettere il ministro?

Un’immagine virale non ha scoperto la fuga delle domande, ma ha impedito che il caso venisse trattato come una semplice inefficienza amministrativa. Ha collegato lo scandalo del NEET a una condizione più ampia, quella di una generazione convinta che studio e sacrificio non bastino per accedere al lavoro se le istituzioni non garantiscono condizioni uguali per tutti.

Lo scarafaggio è diventato una scorciatoia narrativa. Ha permesso a persone con problemi diversi – studenti, disoccupati, giovani professionisti – di riconoscersi nella stessa storia: quella di chi viene considerato sacrificabile da un sistema che pretende da loro competenza, ma non riesce a offrire trasparenza.

Le dimissioni sono quindi il risultato di una concatenazione di fattori: una fuga di domande documentata dalle indagini, circa due milioni di candidati coinvolti, la ripetizione nazionale dell’esame, settimane di proteste e una pressione politica amplificata dal movimento. Il meme non ha creato la crisi, ma le ha dato un volto impossibile da ignorare.

Le critiche al Partito delle blatte: chi protesta davvero?

Non tutti guardano al CJP con lo stesso entusiasmo. Una delle critiche più articolate, pubblicata sull’Indian Express, descrive il movimento come l’espressione di una classe media urbana abile nel linguaggio degli algoritmi, ma meno capace di costruire un programma politico duraturo.

Secondo questa lettura, una parte dei sostenitori avrebbe iniziato a contestare il sistema soltanto quando le sue storture hanno raggiunto studenti e famiglie relativamente privilegiate, dopo aver colpito per anni caste più basse, lavoratori poveri e comunità marginalizzate senza produrre una mobilitazione altrettanto visibile. Si tratta di un’interpretazione politica, non di un fatto dimostrato, ma pone una domanda reale: chi riesce a trasformare la propria rabbia in un fenomeno nazionale e chi, invece, continua a rimanere invisibile?

Allo stesso tempo, ridurre il CJP a una protesta esclusivamente digitale rischia di ignorare la partecipazione nelle strade e la capacità di unire rivendicazioni diverse. Lo stesso Dipke proviene da una famiglia dalit e ha raccontato di aver sperimentato direttamente le discriminazioni legate al sistema delle caste. La composizione effettiva del movimento, tuttavia, rimane difficile da stabilire attraverso i soli dati dei social.

Anche la provenienza dei follower è diventata terreno di scontro. Alcuni account vicini al governo avevano sostenuto che quasi la metà del pubblico del CJP arrivasse dal Pakistan. Dipke ha diffuso le statistiche interne del profilo Instagram, secondo le quali circa il 95% degli utenti sarebbe invece indiano. Le verifiche effettuate da Alt News e da altri siti di fact-checking non hanno trovato elementi a sostegno della percentuale attribuita al Pakistan, anche se i dati geografici completi degli account non sono pubblicamente consultabili e quelli mostrati dal fondatore non possono essere verificati in modo del tutto indipendente.

È invece documentato che l’account ufficiale del movimento su X sia stato reso inaccessibile all’interno dell’India, pur continuando a essere visibile dall’estero. Dipke ha inoltre sostenuto che il profilo Instagram fosse stato colpito da un attacco informatico: su questo secondo elemento, però, non sono emerse conferme indipendenti.

Partito delle blatte, cosa resta dopo le dimissioni

Il Cockroach Janta Party ha dimostrato che quando un meme incontra un torto verificabile, milioni di persone direttamente coinvolte e un potere che sottovaluta il linguaggio utilizzato da una nuova generazione.

Il risultato ottenuto con le dimissioni di Pradhan è rilevante, ma non risolve le questioni che hanno dato origine al movimento. Rimangono la disoccupazione, la sfiducia nel sistema educativo e la difficoltà di trasformare una comunità costruita dagli algoritmi in una forma stabile di partecipazione politica.

Per il Partito delle blatte, la sfida più difficile comincia ora: sopravvivere al proprio successo. Perché diventare virali è relativamente semplice. Rimanere uniti quando l’algoritmo smette di guardare lo è molto meno.

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