Nell’ultima puntata del podcast CentroCampo, Monica Bertini ha raccontato il suo percorso nel giornalismo sportivo, dalle emittenti locali di Parma fino a Mediaset. Il momento più discusso riguarda la sua lettura dell’ambiente calcistico-televisivo: un mondo che, secondo lei, non è così ostile alle donne
“Non è un ambiente maschilista, è un ambiente maschile”
Bertini smonta un luogo comune: “A volte si dice ‘è un ambiente maschilista’. No, è un ambiente maschile, perché ci sono più uomini che ne fanno parte”. Aggiunge che a lei “hanno fatto molto più male le donne”. Gli uomini, al contrario, sono stati quelli che le hanno teso la mano nei momenti di difficoltà: “Devo dire grazie a tantissimi di loro, che hanno creduto in me e hanno avuto voglia di conoscermi oltre l’aspetto estetico”.
Bertini sul pretty privilege: “Trovo ipocrita dire che l’aspetto estetico non mi abbia aiutata”
Sul tema dell’estetica Bertini non si nasconde: “Trovo ipocrita dire che l’aspetto estetico non mi abbia aiutata, soprattutto all’inizio”. Ma respinge ogni sillogismo: “Non capisco qual è l’equazione bellezza-competenza: perché per forza una bella non deve essere competente e una competente non può essere bella?”. Sostenere questo, per lei, è “una sorta di razzismo al contrario”. La via d’uscita è una sola: “Se ne esce lavorando, semplicemente. Il lavoro dimostra se vali o se sei lì perché raccomandata”.
La competizione femminile: “Ci facciamo del male da sole”
Il tema si allarga alla rivalità tra colleghe. Per Bertini l’errore è voler “prevalere sulle altre” invece di puntare a essere diverse: copiare un modello – cita Ilaria D’Amico, che pure definisce “una pioniera” – significa arrivare sempre seconde. Sulla difficoltà di fare squadra tra donne è schietta: “Se ci coalizzassimo saremmo una potenza incredibile, ma si fa fatica a legare perché c’è sempre qualcuna che vuole stare più in alto dell’altra”.
Il caso Landucci e i fischi per strada: “Le violenze sono ben altra cosa”
Inevitabile il riferimento all’episodio con il vice di Allegri che, durante un’intervista, le aveva fatto un apprezzamento estetico. Bertini ridimensiona tutto: “Non mi sono sentita offesa. Si è persa l’abitudine al complimento”. Si spinge oltre, toccando un terreno che lei stessa definisce “politicamente scorretto”: il fischio per strada non la offende, “le violenze sono ben altra cosa”. Pur rispettando chi la pensa diversamente, chiede lo stesso rispetto per la propria sensibilità: “Chi combatte quelle battaglie non mi avrà mai come complice”.
Un’esperienza personale che si scontra con i dati
Le parole di Bertini raccontano un vissuto individuale, ma si inseriscono in un quadro generale che le inchieste giornalistiche descrivono in modo leggermente diverso. Il progetto del collettivo femminile “Espulse. La stampa è dei maschi”, nell’inchiesta pubblicata su IrpiMedia, ha raccolto le testimonianze di 239 tra studentesse e studenti dei dieci master di giornalismo riconosciuti dall’Ordine: un terzo delle allieve ha riferito di aver subito discriminazioni e molestie verbali e sessuali già durante la formazione, tra battute sulle “gonnelline”, contatti fisici non richiesti e inviti insistenti da parte dei formatori.
I numeri sul mondo delle redazioni non sono più confortanti: secondo una ricerca della Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) del 2019, l’85% delle giornaliste assunte ha dichiarato di aver subito molestie sessuali almeno una volta nella vita professionale. Un contesto documentato che rende la posizione di Bertini divisiva: se per lei l’ambiente è semplicemente “maschile”, per moltissime colleghe il problema del maschilismo nel giornalismo, sportivo e non, resta tutt’altro che un luogo comune.
